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ARCHIVIO
ULTIMO AGGIORNAMENTO DEL 12 LUGLIO 2008
IN QUESTO SPAZIO TROVATE MOLTE MIE RECENSIONI DI NOVITA' E RISTAMPE, PIU' ALCUNI CONTRIBUTI DI AMICI E COLLABORATORI DEL SITO E NON. SI TRATTA DI TUTTE LE MIE RECENSIONI PUBBLICATE SU CLASSIX!, PIU' DEI SUCCOLENTI INEDITI, ELIMINATI PER QUESTIONI DI SPAZIO DALLA STAMPA FINALE DEL GIORNALE, PIU' ALTRE RECENSIONI, ALCUNE SCRITTE PER IL SITO www.ilmucchio.it DEL MENSILE IL MUCCHIO SELVAGGIO E PER IL SITO DI www.negatron.it !
SPERO IN QUESTO MODO, DI RENDERE SEMPRE PIU'INTERESSANTE IL NOSTRO E VOSTRO SITO DELL'ANDROMEDA RELIX!!! GIANNI DELLA CIOPPA
RECENSIONI PER CLASSIX! (dal n.14 al n.17, inediti compresi)
ABYSMAL GRIEF
‘ABYSMAL GRIEF’
(Black Widow/Matserpiece)
L'eterno riposo dona a noi, Signore
Nel 1977 col brano ‘Terror’ i Death SS coniarono un termine per identificare una musica sacrificata alla glorificazione dell'arte funeraria: Horror Music. Esattamente trenta anni dopo, gli Abysmal Grief ne sono i più autentici interpreti, apparendo la reincarnazione della band pesarese. Il terzetto genovese è dedito, fin dai suoi esordi, a celebrare in musica il culto della morte e dell'aldilà. Ciò che ne consegue è un funereo dark/doom metal cimiteriale e dannatamente oscuro, dove reminiscenze del dark sound '70's (Jacula su tutti) si incastrano perfettamente con umori dal forte sapore gotico. Fondamentale è l'apporto delle tastiere ad organo di Labes C. Necrothytus (la cui voce ricalca quella di Fernando Riberio), perfette nel fondersi coi lugubri riff del leader Regen Graves. L'opener ‘The Necromass’ (ospite Mario Di Donato) e ‘Cultus Lugubris’ evidenziano le qualità del terzetto nel dare groove a song infinitamente oscure, mentre la tremenda ‘Requies Aeterna’ è in assoluto la doom track dell'anno. La versione Cd contiene anche il mini CD di esordio ‘Mors Cleison’. (Marco Cavallini)
COMMANDER CODY AND HIS LOSTY PLANET AIRMEN
‘LIVE FROM ARMADILLO WORLD HEADQUARTERS 1973
AND THE CAPITOL THEATRE 1975’
(Blue Label/Audioglobe)
Country rock a go-go!
Nel leggere la storia di questi Commander Cody, il nome arriva da un personaggio del film “Lost Planet Airmen”, mi è rimasta impressa una sola cosa, ma strabiliante. Nel 1968, il cantante e pianista George Frayne, che insegnava nel Wisconsin, faceva quattordici ore di macchina, per raggiungere la band nel Michigan e suonare i concerti. Una lezione a tutti i gruppetti sbarbatelli di oggi, che schiamazzano che sono bravi e che nessuno li capisce. Per il resto questa congrega ha avuto la tenacia e la fortuna di essere al posto, San Francisco, nel momento giusto. Un suono roots americano e strizza l’occhio alle classifiche, con tanto di violini saettanti e armoniche e chitarre slide e coretti danzanti. A loro è toccato il “carpe diem” e non si sono certo tirati indietro. Questi due album dal vivo sono al dimostrazione della loro vitalità e di come il pubblico, chiassoso e felice, apprezzasse. C’è bluesgrass, r’n’r, boogie e country, birra e quel sudore vero che ne senti ancora la puzza. Si possono trovare ancora in concerto. Un repertorio così mica invecchia? (Gianni Della Cioppa)
DARK QUARTERER
‘WAR TEARS’
(MyGraveyard Pr./Masterpiece)
Un’attesa ristampa
Pubblicato nel 1994 per una filiale della Warner tedesca, il terzo album dei toscani Dark Quarterer, aveva esaurito in fretta le 2500 copie di tiratura e da tempo era scomparso dal mercato, affidandosi ai faticosi canali del collezionismo. Capita quindi al momento giusto questa ristampa della sempre più attiva MyGraveyard, che ci offre la possibilità di cogliere la bellezza di un album, che all’epoca in Italia circolò a fatica e di rivalutare un’opera che non ha il culto dei primi due lavori, ma ai quali non ha nulla da invidiare, per quanto riguarda l’aspetto compositivo, sempre epico e fortemente venato di tinte oscure, ma che inoltre offre una prospettiva in più dal punto di vista dei testi, che in alcuni casi esplorano l’attualità, con espliciti rimandi all’inquinamento, alle guerre, al degrado culturale, tutti argomenti purtroppo sempre più attuali. A suggello c’è ‘A Prayer For Mother Teresa Of Calcutta’, che resta ancora oggi uno degli apici della trentennale carriera del trio di Piombino, sempre guidato dagli inossidabili Gianni Nepi e Paolo Ninci. Come bonus due fantastici video, ‘Black Hole del 2004 e l’incredibile ‘Red Hot Gloves’, una session in sala prove del 1984. (Gianni Della Cioppa)
DEEP PURPLE/GENESIS/PINK FLOYD/THIN LIZZY
‘AUDIOGRAPHY’
(Edgegull/audioglobe)
Ingombrante inutilità
Nell’imbarazzante vortice di uscite discografiche, di questo mercato impazzito, per il quale non riesco neppure ad arrabbiarmi, tanto sono rassegnato, tanto mi sento sconfitto, perché non gettare in pasto a noi poveri idioti, anche i CD della serie ‘Audiography’? Sinceramente dopo i dignitosi e spesso interessanti DVD ‘Videography’, non si sentiva assolutamente il bisogno di CD audio, ottenuti da un furbo lavoro di taglia e cuci dei DVD (e quindi privi del fascino delle immagini), arricchiti solo di un bel booklet di settanta due pagine, quello si inedito, ma senza l’aiuto fondamentale dei sottotitoli, perché qualcuno l’inglese lo sa pure, ma insomma. Nello specifico il volume dei Thin Lizzy, propone nella parte scritta alcune interviste ad Eric Bell, davvero interessanti, per i Deep Purple ci sono interviste d’annata ai vari musicisti che meritano il nostro tempo. Mentre per i Pink Floyd e i Genesis la cosa più interessante è la parte fotografica. Una collana assolutamente e solo per completisti. (Gianni Della Cioppa)
FAUST
‘SO FAR’
(Universal/audioglobe)
Abbiate coraggio
Fa sorridere ascoltare alcuni dischi di oggi e leggere che vengono definiti sperimentali, quando oltre trentacinque anni fa, c’era gente come i Faust che disegnavano voli strumentali praticamente indescrivibili e spesso inascoltabili o quasi. Sviscerati ancora oggi, album di questo tipo appaiono perlomeno ostici e persino quando appare una melodia lineare, ‘No Harm’ per esempio, immediata arriva la smentita con impennate elettroniche e rumoristiche. Datato 1972, questo secondo album (privo di bonus), all’epoca credo che fu ascoltato da pochi in Italia, anche da chi aveva l’età per farlo, ma per questioni pratiche non lo trovò mai. Gli over quaranta, ovvero la mia generazione, l’hanno probabilmente scoperto nei primi anni ’80 quando, si tornò a parlare del krautrock e della sua importanza in relazione all’avvento della new wave. ‘So Far’ non ha la forza penetrante dell’esordio o l’inattaccabilità storica di ‘The Faust Tapes’, ma rimane un’opera fondamentale, in un contesto di ricerca del suono, perché tali erano i Faust, sperimentatori, non certo musicisti. Bello, come sempre il booklet. (Gianni Della Cioppa)
JET JAGUAR
‘SPACE ANTHEM’
(Black Widow/Masterpiece)
Music for/from space
Quando si ascoltano album come questi, la domanda è una sola: è musica destinata allo spazio stellare o arriva dallo spazio infinito? Sono due soluzioni possibili che si sfiorano e che vestono il medesimo scopo finale, coinvolgere l’ascoltatore in un magma sonoro vulcanico, pieno di impennate, curve e sorpassi, dove le note fluiscono senza sosta, in un armeggiare di chitarre, tra Hawkwind e Chrome. Nel caso dei Jet Jaguar; un ensamble di Albuquerque nel New Mexico, che con questo ‘Space Anthem’ giunge al quarto album, il primo dal vivo, che per questo 2007 va a fare coppia con ‘3rd Millennium Power Drive’, uscito per la Overlord; il vero sigillo di distinzione arriva dalle tastiere, suonate su strumenti acustici o sottoforma di synth e sampler, da tutti e cinque gli elementi, ad esclusione del bassista Rob Nezzer. Sono proprio le tastiere a dominare ogni traccia, costruita sull’ossessione per il cinema di fantascienza, a cui la band sembra voler donare un’ipotetica colonna sonora, anche quando riprende ‘Set The Controls For The Earth Of The Sun’ dei Pink Floyd, per un quarto d’ora di follia sonora. (Gianni Della Cioppa)
NEW TROLLS
‘CONCERTO GROSSO – THE SEVEN SEASONS’
(Aerostella/Edel)
Un ritorno atteso
I fan dei New Trolls si chiedevano da anni perché Vittorio de Scalzi e Nico Di Palo, i due punti focali della band, non tornassero a fare musica assieme, limando antichi dissapori. Dopo tanta attesa, è bastato parlare del terzo concerto grosso è tutto si è magicamente risolto. Dispiace però che questa sia, di fatto, un’occasione mancata, infatti i due si sono circondati di bravi musicisti, ma che nulla dividono con la storia dei New Trolls. Musicalmente la bilancia pende a favore della musica classica a predominare, infatti si tratta di un percorso agiato tra atmosfere barocche, che quasi mai incontrano il rock. Forse è giusto così, la maturità porta prospettive diverse e si è voluto evitare di fingersi adolescenti con il desiderio di rivoluzionare la musica. ‘The Seven Seasons’ non ha punti deboli, tutto funziona e suona bene, melodie ariose, sorrette da un’orchestra e vari ospiti e quando le voci emergono, rinverdiscono antiche emozioni, ma forse manca quel fuoco sacro dentro che, chissà perché, speravo di trovare. (Gianni Della Cioppa)
ELECTRIC SANDWICH
‘ELECTRIC SANDWICH’
(Universal/Audioglobe)
La versione jazz del krautrock
Dai meandri del catalogo Brain, riemergono gli Electric Sandwich, autori di un unico album nel 1972, prodotto da Dieter Dierks, direzionato verso il jazz rock. Un quartetto quindi meno audace, rispetto al dipanarsi delle avventure del krautrock ma, come racconta il batterista Wolf Fabian, “Non ci sentivamo affatto fuori luogo, suonammo al festival pop di Hanover del 1971 e la stampa spese parole importanti per noi”. Il loro brano più noto è ‘China’ che apre questa ristampa, come sempre ben confezionata e priva di pezzi aggiuntivi, che all’epoca uscì anche in una versione ridotta, rispetto agli otto minuti originali. Ma anche tra i solchi di ‘Devil’s Dream’, ‘Nervous Creek’ e la conclusiva ‘Material Darkness’, con un sax travolgente, si respira un’aria di ricerca, anche se il percorso canonico di ‘Archie’s Blues’ fa sorridere, con quell’accento tedesco marcato. Voli e cadute di stile, che rispecchiano la spontaneità e l’ingenuità di un’epoca irripetibile. La band si è riformata nel 2004 e sta cercando un contratto. Da non crederci. (Gianni Della Cioppa)
EROC
‘EROC 3’
(Universal/Audioglobe)
Visioni di visioni
Nello scorso numero vi abbiamo riferito dei suoi primi due album. Ecco puntuale la ristampa del terzo capitolo di Eroc, pittoresco personaggio affiliato alla cosmic music tedesca degli anni ’70. L’ex batterista dei Grobshnitt, pur vestendo i panni di un viandante marginale, ha comunque incarnato gli ideali di assoluta sperimentazione che gravitavano in quell’area. Anzi in termini di indagini e stravaganza, Eroc è stato sin troppo avanti, finendo per impantanarsi in situazioni astruse, affascinanti non c’è dubbio, ma risultando ostico, persino a chi la cosmic music la esaltava, come viatico per un futuro di novità e modernità. Questo capitolo finale offre, oltre agli undici brani originali, dove spicca ‘Sunny Sunday’s Sunset’, con i suoi dieci minuti di visioni lisergiche, ben sei tracce bonus, registrate tra il 2001 e il 2004, a dimostrazione che Eroc non ha mai smesso di ricercare. Belle le foto del booklet e le note, firmate dallo stesso protagonista. (Gianni Della Cioppa)
BOZ SCAGGS
‘RUNNIN BLUE’
(Music Avenue/Audioglobe)
“E chi è ‘sto Boz Scaggs?”
Questa la domanda che mi rivolse una mia amica, una ventina di anni fa, spostando un suo album dal divano, nel quale stava per sprofondare. Come spiegarle in poche parole che era davanti ad un pezzo di storia del rock a tutto tondo americano? Un tipo che aveva suonato per la Steve Miller Band e con Duane Allman, che nel 1976 il suo album ‘Silk Degrees’ si era piazzato secondo con centoquindici presenze, diventando di platino e aveva prodotto tre singoli di successo, dei quali ‘Lonwdown’ è diventato un classico. Certo negli anni Boz Scaggs non ha più ripetuto l’exploit, ma ha guadagnato il rispetto di tutti, con la sua voce calda e sexy, che ancora gira l’America, continuando ad emozionare. Questo CD contiene un concerto del 1974 ed è puro godimento, materiale r&b, pop da FM radio, tocchi di soul e qualche perfetta cover, il tutto deliziato dalle sue interpretazioni. Quel pomeriggio dispersa amica, curasti alcune mie ferite e non ci fu tempo per altro. Ti rispondo oggi, con due decenni di ritardo. Meglio tardi che mai. (Gianni Della Cioppa).
TESLA
‘REAL TO REEL’
(Ryko/Audioglobe)
Un signor cover album!
I Tesla sono stati tra i protagonisti assoluti del rock americano della seconda metà degli anni ’80, gettandosi anche nel decennio successivo con il loro hard ricco di citazioni e sostanza. Sono rientrati da qualche anno, per lasciarci solo album dal vivo e concerti. Non è una vera novità nemmeno questo CD, uno straordinario compendio di cover, eseguite con una vastità di riferimenti impressionante, tale da spiegare, almeno in parte, la grandezza di questi cinque ex ragazzi di Sacramento in California. Tredici brani sciorinati con una classe che compete solo ai giganti. Perché solo i veri titani possono passare dai Deep Purple di ‘Space Truckin’ ai Thin Lizzy di ‘Bad Reputation’ ai Led Zeppelin di ‘Thank You’, ai Beatles di ‘I’ve Got A Feeling’, passando per UFO, Uriah Heep e Traffic, e guai a dimenticare i The Guess Who dell’incredibile ‘Hand Me Down World’. Il tutto senza battere ciglio e dimostrando di non patire nessun complesso di inferiorità. Un secondo CD con altri rifacimenti, è reperibile solo ai loro concerti o come allegato della rivista inglese Classic Rock. (Gianni Della Cioppa)
AEROSMITH/CREEDENCE CLEARWATER REVIVAL/SAXON
‘TRANSMISSIONS’
(Storming/Audioglobe)
CD+book+video!
Racchiusi in accattivanti confezioni, i CD della serie ‘Transmissions’, potrebbero davvero, se venduti ad una cifra adeguata, soddisfare i fan e collezionisti dei gruppi trattati. Infatti il CD, è un live di buona qualità, spesso inedito, il libro che lo accompagna ha foto stupende e informazioni sufficientemente dettagliate e nel CD ci sono tracce video-rom di buona fattura. Insomma non la solita furbata. E lo testimoniano queste tre uscite, con i Saxon che sciorinano un set mozzafiato nel 1990, dove si adorano tutti i pregi e i limiti di questa storica band. Quella degli Aerosmith è la performance a Woodstock 1994 e c’è di che gioire, specialmente con una terremotante ‘Eat The Rich’, non troppo sfruttata dal vivo. Mentre per i CCR solo trenta minuti nel 1970, ma intensi e con la voce di John Fogarty che emoziona ad ogni parola. Ed ora attendiamo le prossime uscite. (Gianni Della Cioppa)
COLOSSEUM
‘THEME FOR A REUNION’
(Music Avenue/Audioglobe)
Fan-tas-ti-co!!
Come tutte le grandi band degli anni ‘60/’70 anche i Colosseum hanno tante storie da raccontare. Successi, fallimenti, droghe, abbandoni, ritorni e lutti. I dettagli di tutto ciò, li potete trovare nel libretto di questo album, che documenta l’intera esibizione del 28 ottobre 1994 (in passato era uscito solo con alcuni stralci del concerto), che segnava il ritorno ufficiale, dopo oltre vent’anni di silenzio (se escludiamo la versione Colosseum II con Gary Moore) e che dura, a singhiozzo, ancora oggi. Figli della golden age del rock britannico, i Colosseum fondevano jazz, rock, folk e blues, per creare una miscela esplosiva, anche grazie a musicisti straordinari, così schierati, Chris Farlow alla voce, Jon Hiseman alla batteria, Clem Clempson alla chitarra, il sax killer di Dick Heckstal-Smith, Mark Clarke al basso e Dave Greenslade alle tastiere, una specie di Brasile del rock! Vi avverto però, il contenuto di doppio CD è letale, se amate la band resterete comunque sorpresi dalle esecuzioni maestose dei classici, ma se non la conoscete il rischio di restare sedotti per sempre è garantito. (Gianni Della Cioppa)
DEEP PURPLE
‘IN CONCERT WITH THE LONDON SYMPHONY ORCHESTRA’
(Eagle)
Compri due, paghi mezzo.
Il doppio CD e il singolo DVD erano giù stati pubblicati nel 2000, testimonianze di un tour ricco di fascino, molto più interessante (e ruffiano), dell’esperimento che gli stessi Deep Purple avevano consumato, per ordine di Jon Lord, ben trenta anni prima. Ora la Eagle tenta di sopperire alla caduta vertiginosa delle vendite dei supporti di audio e video, proponendo in un’unica confezione il DVD completo e il compact con una selezione della versione originale, il tutto a prezzo decisamente ridotto. Se avete le versioni originali, non troverete nulla di nuovo, sempre che non siate inguaribili collezionisti. È invece un’occasione che merita di essere sfruttata, per chi all’epoca aveva trascurato l’acquisto. Il CD propone i tre movimenti con l’orchestra e tre brani, tra cui una notevole ‘Wring That Neck’, mentre la versione video è pura magia, con una lunga lista di ospiti (Ronnie James Dio, su tutti), ma è Steve Morse il vero vincitore della manifestazione. Nella stessa collana, tra gli altri, Jethro Tull, Alice Cooper, Dio, Johnny Cash e Toto. (Gianni Della Cioppa)
CRISTINA DONA’
‘LA QUINTA STAGIONE’
(EMI)
La stagione del successo? Ce lo auguriamo!
Era certo che Cristina Donà sarebbe arrivata a concepire un disco come questo. Bellissimo, va detto subito. Nei precedenti ‘Tregua’, ‘Nido’ e ‘Dove sei tu’, disseminati in dieci anni di carriera, di collaborazione importanti (Manuel Agnelli e Robert Wyatt vi bastano?), tra premi, riconoscimenti, applausi della critica e una nicchia fedele e in crescita, la ragazza di Rho, aveva messo in campo tutta la sua abilità di scrittrice originale, vagamente tormentata, fascinosa, dura e tenera allo stesso tempo. Ma oggi Cristina Donà ha tra le mani dieci canzoni che, senza perdere una stilla di quanto scritto sopra, suonano bene, le ascolti e le canti, è emersa insomma quella magia musicale che non sempre sgorgava in passato. Penso a ‘Settembre’, ‘Universo’, ‘L’eclisse’, la stupenda ‘Niente di particolare (a parte il fatto che mi manchi)’ (i testi della Donà sono veleno e miele…), e si ha la convinzione di una maturità raggiunta, di una sicurezza di mezzi che conforta. (Gianni Della Cioppa)
KIN PING MEH
‘KIN PING MEH’
(Inside Out Revisited/Audioglobe)
Gemma nascosta
Vi confesso che spesso, quando si tratta di recensire CD di ristampe, per me diventa un’occasione per riassaporare questo o quel disco, che da tempo – troppo tempo - stagna nello scaffale. Ma ogni tanto succede che anche il sottoscritto si guadagni qualche brivido con un titolo che non conosceva. Infatti questi Kin Ping Meh, facevano parte della mia lista di ricerca. Ed è stato bello guardare attentamente l’immagine della copertina, leggere le note e, soprattutto, scoprire che questo five piece teutonico, amava poco la cosmic music e molto di più l’hard rock, infatti le otto tracce di questo album di esordio del 1972 (ne arriveranno altri cinque, l’ultimo del 1977), sono a base di un rock duro tastieristico, che chiama in causa i primi Uriah Heep, con cori e passaggi pieni di ritmo ed enfasi. C’è anche qualche passaggio di jazz sgangherato, come tanto del rock underground dell’epoca, tutti elementi che accrescono l’opera di una band minore, ma che merita di essere riportata a galla. (Gianni Della Cioppa)
MONSTER MAGNET
‘4-WAY DIABLO’
(SPV/Audioglobe)
Ombre e luci
A tre anni di distanza da ‘Monolithic Baby’ i Monster Magnet tornano a farsi vivi con questo ‘4-Way Diablo’, l’album più pensato e programmato, leggendo le dichiarazioni del leader Dave Wyndorf. Forse troppo pensato, infatti le tredici tracce, a mio avviso, peccano di spontaneità, ci sono poche accelerazioni di lava incandescente chitarristica, tutto appare concepito in prospettiva delle canzone. Ma Dave non ha né la voce, né il carisma del compositore rock per cercare soluzioni vincenti in fatto di melodie. Ci sono alcuni episodi convincenti, come ‘Cyclone’, vigorosa e coinvolgente e persino il pianoforte che ricama ‘I’m Calling You’ ha una sua poesia. Indovinato anche il rifacimento di ‘2000 Lightyears From Home’, uno dei rari episodi lisergici dei Rolling Stones, ma nell’insieme è un album che non trasmette la voglia di riascolto. In futuro questa metamorfosi, forse verrà messa a fuoco meglio, ma oggi provo solo nostalgia per i viaggi acidi di ‘Dopes To Infinity’ o per il rock taurino di ‘Powertrip’. (Gianni Della Cioppa)
JOHN PHILLIPS
‘JOHN THE WOLFKING OF L.A.’
‘JACK OF DIAMONS’
(Yellow label/Audoglobe)
Ristampe attese!
Per molti, forse giustamente, John Phillips sarà sempre e solo uno dei Mamas & Papas, quartetto misto che incantò la seconda metà dei sixties, prima di eclissarsi, senza mai, caso raro se non unico, riformarsi. Forse anche a causa della scomparsa prematura di Mama Cass nel 1974. Di quella band, John Phillips era guida e mentore. Se escludiamo l’inatteso ritorno del 2001, anno in cui morì, con ‘66’ (la sua età) e il postumo ‘Pay Pack And Follow’, di John Phillips esisteva un’unica testimonianza ufficiale, ‘John The Wolfking Of L.A.’ del 1970. Oggi la Yellow Label lo riesuma in tutta la sua semplice e suadente bella e lo addobba di otto bonus e un booklet pieno di storie. A completare l’opera di rivalutazione ecco ‘Jack Of Diamonds’, corollario di inediti e provini, che documenta un’artista ricco di risorse e pieno di inventiva, nonostante i confini del suo percorso solista, siano riconducibili al folk rock adulto, musicale e letterario, con tocchi di soul e r’n’b. E poi aver ispirato una copertina a Bob Dylan, ‘Desire’, e mica da tutti. (Gianni Della Cioppa)
ROBERT PLANT & ALISON KRAUSS
‘RAISING SAND’
(Rounder/Universal)
Incroci vocali
Sono anni che Robert Plant ha smesso i panni della rockstar, per indossare quelli del ricercatore musicale. Una curiosità che gli ha fatto scoprire la world music e che l’ha portato ad innamorarsi di suoni antichi e dimenticati. Ed è in questo desiderio di ricerca che va inserito un album condiviso con Alison Krauss, bella e brava nuova regina del bluesgrass. I due si sono conosciuti a Cleveland, alla Rock And Roll Hall Of Fame, per omaggiare i Leadbelly, idoli di Plant da sempre. Doveva essere un gioco privato ne è venuto fuori un album. “Spontaneo e non programmato, c’era solo curiosità” spiega la Krauss. “Ma sapevo che avrebbe funzionato”, risponde l’ex Zeppelin. Tredici brani, con tanti omaggi (Tom Waits, Townes Van Zandt, Everly Brothers, Doc Watson), riletti dalle voci dei protagonisti, che fanno sgorgare blues, qualche vena country rock e ammalianti intrecci. Ma senza nessuna concessione alla platea del facile ascolto. Un album che suscita interesse e che risulta anche piacevole. (Gianni Della Cioppa)
SLY & THE FAMILY STONE
‘STAND!’
‘THERE’S A RIOT GOIN’ ON’
(Epic/Sony)
Due classici. Nulla di meno!
Oggi Sylvester “Sly” Stewart è impresentabile sul palco, incapace di reggere pochi minuti di spettacolo. Una persona che dovrebbe avere il coraggio di farsi da parte. Ma c’è stato un tempo in cui questo musicista ha rivoluzionato il rock, portando la sua vena funky ad imparentarsi con il r&b e il r’n’r, fondendo elementi di entrambi le fazioni, sia musicali che scenici, per creare qualcosa di nuovo, senza tralasciare le sue battaglie sociali. Sly con i suoi Family Stone ha scritto alcune pagine memorabili. Le due più importanti, vengono oggi ristampate in formato digipack, con un booklet ricco di foto e informazioni e varie canzoni bonus. È un’occasione veramente imperdibile, visto anche il prezzo economico, per comprendere le radici di certo suono moderno, chiamatelo crossover o come volete, ma senza canzoni quali ‘Everybody People’, ‘Don’t Call Me Nigger’, ‘Family Affair’ e ‘Time’, gran parte del rock alternativo degli ultimi due decenni, forse non sarebbe mai esistito. Due dischi semplicemente fondamentali! (Gianni Della Cioppa)
TEARS AND RAGE
‘WELCOME INSIDE’
(MK Records)
New Wave Of European hard Rock
Ecco una bella per inglobare tutta questa nuova energia in formato hard rock più o meno “classic”, che sta invadendo l’Europa e nello specifico anche l’Italia? E allora consegniamo ai nostri Tears And Rage l’onore di essere i primi a fregiarsi del titolo di N.W.O.E.H.R., ovvero new wave of european hard rock. E come non dare simili connotati questo quartetto, che esordisce con un album di classico rock duro, con tanto di copertina stilisticamente impeccabile? Sonorità che convogliano il blues e lo appesantiscono con chitarre calde e spianate ed una voce, del chitarrista Joe Santelli, capace di lasciare il segno. Otto canzoni, scritte e selezionate in sei anni di attività, impreziositi anche da concerti importanti, come il Tropea Blues del 2005. Otto canzoni – con la title track, dotata di un refrain che esalta, priorità assoluta - a cui non mancano spunti strumentali importanti, soprattuttoe delle splendide “vintage keyboards”, irrobustite da un ottima produzione, affidati alle mani esperte di Fabio Magistrali e Angelo Sposato, che svelano passione, energia e una buona personalità. Bella rivelazione. (Gianni Della Cioppa)
AYREON
‘01011001’
(Inside Out/Audioglobe)
Senza sorprese
Arjien Anthony Lucassen è un musicista di talento, che ha trovato una sua dimensione appagante, capace di convogliare nei suoi progetti un nugolo di musicisti, sempre importanti e partecipi. Ma resta il fatto che i suoi album, mantengono sempre quel senso di magniloquenza, che prima affascina e poi annoia. Lunghi concept, sempre in bilico tra luce ed ombra, con canzoni che paiono stesure letterarie – studiate a tavolino? – per dare voce ai protagonisti, che si sfidano a colpi di abilità. Questo nuovo doppio lavoro, ha un’andatura analoga ai precedenti, cantanti che assumono il ruolo dei personaggi dell’opera e cantano di lotte tra il bene e il male, con un telaio a base di pomp rock, che sfiora il metal. Ammalia la presenza di Ty Tabor dei King’s X, che ha una voce atipica per il genere e quindi affascinante, poi tocca ai vari Jorn Lande, Daniel Gildenlow, Bob Catley, la rediviva Anneke e molti altri, salire al proscenio. Un labirinto artistico magico, che però ha pause che stancano. (Gianni Della Cioppa)
TOKYO DRAGONS
‘HOT NUTS’
(Escapi Music)
Beata semplicità
È da molto tempo che il catino britannico non produce nuove leve di hard rock, capaci di guadagnarsi un briciolo di futuro. Tra le rare eccezioni questi Tokyo Dragons, quattro ragazzi che giocano a fare le rockstar, che hanno un’età adeguata per conoscere solo attraverso i libri, cosa fosse la NWOBHM, uno stile che di tanto in tanto vanno a visitare, lungo le tracce di questo secondo vigoroso album, soprattutto nel riff turbinoso di ‘On Fuel’. Due anni fa, dopo un concerto, il cantante Steve Lomax, mi ha detto che il successo, seppur non gigantesco, non li ha presi alla sprovvista, “Suoniamo insieme senza sosta da tempo, era naturale trovarsi a fare i musicisti a tempo pieno”. Tutto molto semplice, come il rock di questi dieci pezzi, che danza tra AC/DC e certi Def Leppard prima maniera, che ha il sapore della citazione rude in ogni riff, che si fa ascoltare con piacere, senza però mai calare l’asso. Il pezzo migliore? La cover di Todd Rundgren ‘Couldn’t Just tell You’. (Gianni Della Cioppa)
THE AUTUMNS
‘FAKE NOISE FROM A BOX OF TOYS’
(Bella Union/Universal)
Autunno a Los Angeles
Festeggiano i dieci anni di attività i The Autumns e lo fanno con un quarto album (più sette tra singoli e mini), più rock del precedente, omonimo capolavoro, ma che non perde una stilla della brillantezza del loro stile, sempre pregno di melodie ombrose e malinconiche, dipinte sulla voce androgina di Matthew Kelly. Melodie – inevitabile - autunnali che adescano note lineari e che insieme costruiscono canzoni che sono macigni umorali, che ascolti e riascolti e ci trovi sempre qualcosa di nuovo, chitarre inedite, cori sfuggiti al primo ascolto e una cascata di bellezza. Il rock dei The Autumns parla al cuore, senza mezze misure e dispiace che non riesca ad emergere in questo sporco mondo discografico post CD, stabilito da MTV e i colpi di fortuna su “myspace” e “youtube”. Dispiace perché i cinque hanno talento (quante canzoni come ‘Boys’, ‘Only Young’, ‘Uncle Slim’ e ‘Oh My Heart’ avete ascoltato nel 2007?), la giusta immagine e un’originalità altrove carente. Uno dei miei top dell’anno da poco concluso. (Gianni Della Cioppa)
CHEQUERED PAST
‘CHEQUERED PAST’
(Krescendo Records/Audioglobe)
Mancò il successo, non la qualità
“Il mio angelo decadente”, così la moglie Pamela Des Barres (famosa groupie, personaggio TV e narratrice degli anni d’oro del rock’n’roll, visti dai camerini del backstage…), descrive Michael, marito, amante e cantante rock dagli occhi perennemente ombrati di mascara. Prima – siamo nei ’70 - con i Silverhead, poi con i Detective, in proprio e con questi Chequered Past, Michael Des Barres ha sempre cercato di incarnare il ruolo di androgino seduttore di masse, con una voce roca e sexy e movenze a metà tra Iggy Pop e David Bowie. Pur senza mai raggiungere il successo plateale, si è conquistato una notorietà da culto, meritata, non fosse per un vivere con un’attitudine rock degna di una star, sempre in bilico tra inferno e paradiso. Questa unica opera dei CQ, datata 1984 e pilotata dal produttore Michael James Jackson è un fior di r’n’r album, pieno di energia, in bilico tra Cheap Trick ed Aerosmith d’annata, con l’ex Sex Pistols Steve Jones alla chitarra a sputare riff e contro riff, per nove canzoni che ho riascoltato con il cuore in gola. Una ristampa dovuta. (Gianni Della Cioppa)
MARCUS
‘MARCUS’
(Krescendo Records/Audioglobe)
Sprazzi di originalità
Ci separano trentadue anni dall’uscita di questo unica testimonianza dei Marcus; creatura dimenticata di Marcus Malone, vocalist di colore, entità più unica che rara nei seventies; ma è sorprendente l’attualità degli otto brani che la compongono. Un hard rock variegato, che ha elementi funky, glam e dark, con la voce del leader che si stende piena di sfumature su ardite partiture strumentali, a testimoniare di quanto ancora ci sia di da scoprire, per chi di quei fertili anni, conosce solo la superficie. Originari di Detroit, ma volati in California in cerca di fortuna i Marcus, ce lo racconta il leader nelle brevi note del CD (in forma e attivo, come chitarrista - nei circuiti blues), scrissero questo album in poche tempo e le cose sembravano dirigersi per il verso giusto. Come andò è noto, anche grazie alle alte quotazioni del vinile originale, ma ‘Salmon Bell’, ‘Kelly’, ‘Pillow stars’ e ‘Dream Wheel’ sono pezzi che si ascoltano con interesse ancora oggi. Una curiosità, in due pezzi il basso è nella mani di Tim Bogart. (Gianni Della Cioppa)
QUEENSRYCHE
‘TAKE COVER’
(Rhino/Warner)
Riletture di classe
Un nuovo album dei Queensryche non è mai una banalità. Anche se si tratta di un semplice cover album, costruito su undici tracce, talmente dissimili tra loro, che diventa logico comprendere il genio della band di Seattle. Si passa dai Pink Floyd d’annata di ‘Welcome To The Machine’ alle ultime gesta dei Queen di ‘Innuendo’, un omaggio al metal epico dei Black Sabbath Dio-era con il classico ‘Neon Knights’, i Police della straordinaria ‘Synchronicity II’, un passaggio del musical ‘Jesus Christ Superstar’ e poi Peter Gabriel, David Crosby e Stephen Stills, gli U2 dal vivo e, rullo di tamburi, un Geoff Tate (che firma le note di ogni pezzo), che si cimenta con l’italiano in ‘Odissea’, scritta da Carlo Marrale, un compositore classico moderno, autore anche di colonne sonore, noto più in America che da noi. I Queensryche infondono ad ogni pezzo il loro marchio, in un equilibrio perfetto di rispetto e personalità. Unici, come sempre. (Gianni Della Cioppa)
ERNESTO DE PASCALE
‘MORNING MANIC MUSIC’
(Il Popolo Del Blues)
Delicatezza blues rock
A Ernesto De Pascale mancava questa esperienza, per chiudere un cerchio o forse iniziarne uno nuovo. Giornalista, scrittore, voce storica della radio, produttore ed oggi, finalmente musicista. Ed ecco ‘Morning Manic Music’, scritto al sorgere del mattino, quando le idee sono tante, i propositi di più e le delusioni solo ombre lontane. Dotato di uno stile asciutto e delicato, sia sulla chitarra che vocalmente, Ernesto si pone come punto di incontro tra il gusto di Donald Fagen e la classe di certi Eagles meno radiofonici. Alcuni pezzi colpiscono il bersaglio, penso al tocco cangiante dell’iniziale ‘Alive’, gli echi del folk britannico di ‘About A Girl’ e ‘Endless Flight’ e alla narrazione vocale di ‘’Till Morning Comes’. Tra gli ospiti di lusso, anche il chitarrista Ken Nicol degli Steeleye Span, quasi a svelare dove sia il cuore della scrittura di De Pascale, che in queste nove tracce ha messo passione e lucidità. Bellissima la foto della sua collezione di dischi, un muro di vinile. Parte tutto da lì, vero Ernesto? (Gianni Della Cioppa)
GRAVEYARD
‘GRAVEYARD’
(Transubstans/Black Widow)
Criniere sciolte, free hard rock!
Canta come un giovane Robert Plant il chitarrista Joakim Nillson, ed è lui l’arma vincente di questo esordio degli svedesi Graveyard, quartetto che si muove come un incrocio sinuoso tra – ovviamente - primi Led Zeppelin e certi Black Sabbath di mezzo. Un heavy rock psichedelico, ma con un approccio poco dispersivo e quindi che non perde mai l’obiettivo, con riff corroborati da linea melodiche seventies e un approccio compositivo che privilegia l’energia, ma non dimentica logica e fantasia. ‘Evil Ways’, ‘Lost In Confusion’ e ‘Submarine Blues’, sono esplici a tal proposito. In due pezzi appaiono divagazioni sulfurei direzionate verso il dark, si tratta di ‘Blues Soul’ e ‘As The Years Pass By, The Hours Bend’, cantate dal chitarrista dimissionario Truls Morck, sostituito da Jonatan Ramm, ad album ultimato. L’ennesimo, ma non il solito omaggio al rock duro dei ’70. Gran bella sorpresa questi Graveyard. (Gianni Della Cioppa)
DION
‘THE ROAD I’M ON – A RETROSPECTIVE’
(Yellow Label/Audioglobe)
‘DON’T START ME TALKIN’- COLUMBIA RECORDINGS 1962-1965’
‘SON OF SKIP JAMES’
(Blue Label/Audioglobe)
Un idolo di John Lennon
Dion DiMucci, il più grande cantante bianco di Rhythm’n’Blues, così lo ha definito il critico Piero Scaruffi. Italoamericano, originario del Bronx, iniziò da giovanissimo a dedicarsi alla musica, dalle infatuazione per i vocalizzi doo-wap al canto romantico con i Belmonts, fino a scoprirsi folk singer da strada, vicino alle gang e ai teppisti. Successo e droga, scomparse e ritorni, una carriera che dura ancora oggi (con un passaggio anche nel gospel). Ecco allora due ottime antologie (doppia la prima), che ripercorrono, con alcuni pezzi simili, le tappe con la Columbia, i primi passi spensierati e commerciali, fino all’impegno da cantautore. Molti brani originali, ma anche tante anche le cover, da Woody Guthrie a Chuck Berry e persino Bob Dylan. Raccolte che consiglio, anche per una buona prospettiva del suono variegato degli anni ‘50/’60. Il nuovo lavoro ‘SOSJ’ è invece un omaggio al suono antico del Delta. La critica blues ne va matta, io meno. Fate un po’ voi! (Gianni Della Cioppa)
LIVING LOUD
‘STUDIO CD AND LIVE DVD’
(Edel)
Paghi uno prendi due
La conferma, l’ennesima, che il mondo della discografia, è sempre un passo dietro alle esigenze del pubblico, arriva da questo prodotto, riconfezionato oggi in versione CD più DVD, a prezzo ridotto, dopo aver verificato lo scarso appeal commerciale dei singoli prodotti, venduti a prezzo pieno, in prima tiratura nel 2004. Probabilmente se la mossa iniziale, fosse stata quella attuale, oggi i Living Loud, non sarebbero solo una band già dimenticata. Assemblati dal bassista giramondo Jimmy Barnes, con gli amici Steve Morse, Lee Kersalake, Don Airey e Jimmy Barnes, i Living Loud hanno pubblicato un album, che gira intorno a rifacimenti, buoni e meno buoni, del primo Ozzy Osbourne (a cui Bob ha collaborato attivamente) e inediti di qualità modesta, salvo l’ottima ‘Pushed Me Too Hard’. Il DVD propone il primo concerto, con quasi medesima scaletta, il videoclip di ‘In The Name Of God’, un documentario e poco altro. Barnes ha una voce notevole, ma fuori tema per Ozzy e, come in sede di prima recensione, ribadisco le mie riserve per questo progetto. (Gianni Della Cioppa)
SPIRIT
‘CLEAR’ / ‘TIME CIRCLE’
(Yellow Label/Audioglobe)
Blues spirit
Randy California, ve lo raccontiamo altrove, è stato un chitarrista seminale per la scena rock blues americana. Dotato di uno stile asciutto ed incisivo, ed in possesso di una personalità notevole, Randy ha lasciato in eredità album considerevoli ed una carrellata di brani importanti, ben oltre la stima ridotta, al di fuori dei circuiti degli appassionati, che gli viene riconosciuta. Accogliamo quindi con piacere questi due titoli. ‘Clear’ del 1969, il secondo lavoro dei suoi Spirit, viene unanimemente riconosciuto come il capolavoro del gruppo e, in generale, uno step fondamentale per il rock blues che verrà. Da non perdere però, per gli iniziati, la doppia antologia ‘Time Circle’ che fissa le coordinate del gruppo nel periodo che va dal 1968 al 1972, gli anni del primo periodo, quelli migliori, vissuti con foga e incredulità, prima delle tante fermate e reunion che verranno. Entrambi i titoli sono munti di bonus track e di booklet digipack ricchi di foto e note. (Gianni Della Cioppa)
SPIDER
‘ROCK’N’ROLL GYPSIES’ / ‘ROUGH JUSTICE’
(Krescendo Records/Audioglobe)
Rock’n’roll. Stop!
Cosa c’entravano gli Spider con la NWOBHM? Assolutamente niente, ma in quegli anni qualsiasi cosa, targata rock duro, provenisse dalla terra d’Albione, veniva spacciata per nuovo metal britannico. Gli Spider invece erano quattro ragazzotti che facevano il verso, bene va detto, agli Status Quo, con una masnada di riff uguali ed eterni, e dei cantati che parevano fotocopiati dal repertorio della band di Francis Rossi. La Krescendo Records ha riesumato i loro primi due album (il terzo ed ultimo ‘Raise The Banner’, su PTR è del 1986), usciti rispettivamente nel 1982 e due anni dopo, su RCA e A&M, un’operazione non fondamentale, ma dovuta per un gruppo onesto, che ha cercato di rimanere fedele a sé stesso, in un momento dove non suonare in “denim & leather”, era alquanto pericoloso. Meglio l’esordio, con brani secchi e brucianti, del successivo, ma entrambi propongono brani inediti tratti da singoli dell’epoca, con booklet che è un piacere sfogliare. (Gianni Della Cioppa)
MIKE BLOOKMFIELD
‘DON’T SAY THAT I AIN’T YOUR MAN! – THE ESSENTAIL BLUES 1964-1969’
(Blue Label/Audioglobe)
The King of (black)white blues
Mike Bloomfield è di Chicago, una città dove il lezzo del blues è in ogni angolo, nel 1964, a soli vent’anni entra nella Paul Butterfield Blues Band e un anno dopo lo consacra la collaborazione con Bob Dylan per il seminale ‘Highway 61’, segue il trasferimento in California e la nascita degli Electric Flag. Nevrotico, insonne cronico, dedito alle droghe ed emotivamente instabile, si ritira ad insegnare chitarra (tra gli allievi Carlos Santana), ma si rituffa nel business, richiamato da Al Kooper, con il capolavoro ‘Supersession’ del 1969. Poi mille altre avventure, fino alla morte per overdose il 15 febbraio 1981. In questi due CD (estensione di un singolo del 1994), quindici pezzi, tra cui cinque rarità ed il resto, sorta di riduttivo “the best” postumo. Poco per chi lo conosce, molto per chi ambisce a farlo. Un compendio di bellezza, devozione ed ingenuità targati blues, quello puro. (Gianni Della Cioppa)
SPIRITS BURNING
‘ALIEN INJECTION’
(Black Widow/Masterpiece)
Alien nation
Nel mondo di “altroquando”, quello spazio parallelo, che sfiora il mondo del rock quotidiano, ma che vive di luce propria, fuori da logiche commerciali, da contratti di sponsorizzazione e dove l’immagine, il look firmato è solo una barzelletta, esiste una generazione di grandi musicisti, di grandi band e di conseguenza di grande musica. La dimostrazione, l’ennesima, arriva da questi americani Spirits Burning, sorta di comune edificata da Don Marino Falcone, polistrumentista e compositore, che si è circondato di moltissimi amici, tra cui gli illustri Daevid Allen dei Gong, lo scrittore di fantascienza Michael Moorcok, Bridget Wishart degli Hawkwind e Pete Pavli degli High Tide, solo per citare i più noti. Lo scopo è quello di avvolgere l’ascoltatore con uno space rock ciclopico, tempestoso e docile, esattamente come le nubi immaginarie che avvolgono gli spazi neri dell’universo infinito. Settanta minuti di bordate hard psichedeliche e di passaggi acustici e liquidi, senza sosta, senza respiro, ma solo con il batticuore emozionato, il nostro. Musica in libertà. (Gianni Della Cioppa)
DR. HASBEEN
‘SIGNS’
(Black Widow/Masterpiece)
Space rock signs
Martyn Hasbeen, meglio noto come Dr. Hasbeen, ha come sede sociale l’Inghilterra, ma il sogno è quello di poter volare oltre l’orizzonte, per conoscere i segreti che si celano al di là delle nostre misere conoscenze. E così la musica diventa allo stesso tempo, conforto per la frustrazione di sapere che tutto resterà ignoto e speranza di meritare tale privilegio. Dr. Hasbeen, uno dei personaggi più attivi e stimati dell’underground psichedelico inglese, da anni porta avanti la sua personalissima visione della questione, con un rock liquido ed incessante, sorretto da giochi di luci che ricordano gli ispiratori Hawkwind e, non poteva mancare, la danzatrice/cantante Jade, con una grafica. Alle spalle una band compatta e piena di inventiva, che ben si districa in questo doppio CD, sorta di antologia del meglio, con cover (una strepitosa ‘Silver Machine’) e alcune rarità, di una carriera ultra decennale. Pochi fronzoli, tanta magia, come solo il miglior rock lisergico sa essere. (Gianni Della Cioppa)
JOE HASSELVANDER
‘THE HOUNDS OF HASSELVANDER’
(Rock Saviour/Black Widow)
Impressionate dimostrazione di forza
Esce dalla fucina dei Pentagram ed ecco le stimmate del grande rock, laddove questa definizione viene spogliata di connotazioni commerciali e calza invece i panni di un suono primordiale, che tracima riff grassi e canzoni cattive al punto giusto. Quello che invece sorprendere è che questo ‘THOH’, firmato da Joe Hasselvander, che dei Pentagram è il batterista motore, è un’opera completamente scritta e suonata dal solo Joe, il che, da una parte solleva dubbi sul futuro del progetto, ma dall’altra fa crescere a dismisura la stima verso questo autentico rocker, dal viso rugoso e dalla criniera ancora lunga e selvaggia. Selvaggia, esattamente come la passione che avvinghia le otto tracce di questo album, un hard rock accordato verso il basso, con passaggi ruvidi, una voce maschia e volutamente imperfetta ed una scrittura degna di nota. ‘Pull The Switch’, ‘She Serpent’, ‘Take Up Your Cross’, ‘Last Call’ o la chiusura con il doom ossessivo di ‘The Fallen’, gemme nere che i fan ascolteranno a ripetizione. (Gianni Della Cioppa)
SOFIA ROOT
‘FAR FROM THE SUN’
(Transubstans/Black Widow)
Un fiume di creatività
Terzo appuntamento discografico (i primi due su Nasoni), per gli svedesi Siena Root, che amano, non senza ragione, definirsi “jam/hippie hard rocker”, ma il loro raggio d’azione è più concentrato sul rock duro che sul resto, infatti le altre definizioni, calzano più per lo stile di vita e l’abbigliamento, che per il suono. Partono da Stoccolma e girano l’Europa in tour, a bordo di un pulmino colorato, con fare da veri rocker, il desiderio di suonare la propria musica, privi di catene. Ma attenzione perché ‘Far From The Sun’ suona immediato, tuttavia il rock dei Siena Root (il nome arriva proprio dalla bellezza dei colori dei monti della nostra Toscana) è complesso, per nulla scontato e gli incroci di chitarre e organo conferiscono una radice colta al loro sound, con una voce, alcune volte filtrata, che rievoca lo spettro del primo Plant. Di tanto in tanto appare l’armonica per un taglio blues, un flauto per dare tratteggi di prog, ma quando le chitarre si ergono a protagoniste, allora fatevi da parte, perché trema il mondo. (Gianni Della Cioppa)
WEB : ‘I SPIDER’
SAMURAI : ‘SAMURAI’
(Esoteric/Audioglobe)
Rarità e qualità
Procede spedito il lavoro di recupero dell’Esoteric Recordings e dopo Paladin e Rare Bird, ecco restituiti alla luce Web e Samurai, due rari progetti, che vedevano coinvolto il cantante e tastierista Dave Lawson, che di li a poco avrebbe dato alla luce quella splendida creatura prog a nome Greenslade. I Web muovono i primi passi nei sixties, risentono degli influssi del cantante americano John Lawtson e si muovono tra beat e soul, ma quando entra in formazione Lawson, per il terzo e ultimo disco ‘I Spider’, la band assume connotati progressivi, con innesti di jazz e inedite spinte psichedeliche, con chitarra e tastiere in primo piano, per un album del 1970, pubblicato dalla Polydor (il CD ha venti minuti di bonus dal vivo in Svezia). La band confluisce quasi per intero nei Samurai e pubblica un anno dopo (per la Greenwich), un piccolo capolavoro underground di heavy progressive, sulla scia dei primi Uriah Heep, rimasto introvabile per anni. Ecco ora una splendida occasione per completare le vostre discografie o semplicemente per scoprire due gruppi che i fan del genere, non mancheranno di adorare. Open mind! (Gianni Della Cioppa)
CAPTAIN BEEFHEART
‘ELECTRICITY’
(Yellow Label/Audioglobe)
Il genio
Hai voglia a dire Captain Beefheart è un genio. Poi ascolti i suoi dischi più titolati e fatichi a trovare orizzonti sicuri, almeno un qualche orizzonte, quello che anche le cose più strampalate, ma firmate dai geni, dovrebbero offrire a noi comuni mortali. Il dada rock, il jazzy punky bluesy rock, il “quellochevolete” rock di Don Volt Vliet, bambino prodigio di Los Angeles, scultore, pittore, musicista, provocatore e il resto aggiungetelo voi, è stato, almeno nei primi album, collocabili tra la fine dei ’60 e anni successivi, un qualcosa assolutamente fuori dagli schemi e non caso si meritò la stima di Frank Zappa. Non che parlassero lo stesso linguaggio, ma il bello era proprio questo. Questa doppia antologia estrapola il repertorio proprio da quel periodo, lo addobba di tre pezzi bonus, probabilmente reperibili in qualche antologia o postumo, che infarcisce una discografia schizofrenica come poche. Ma ai geni non si può contestare nulla. (Gianni Della Cioppa)
COUNTING CROWS
‘AUGUST AND EVERYTHING AFTER (Deluxe Edition)’
(Geffen)
A very good edition!
Sono passati poco meno di tre lustri, ma per i Counting Crows; ragazzi californiani, innamorati di un suono vintage che chiama in causa Bob Segar, The Band e anche il boss Springsteen; si deve già parlare di classic group. Idolatrati anche per il linguaggio schietto del cantante Adam Duritz, si sono guadagnati la fama di eccellente live band, come ben illustra ‘’Across A Wire’, arrivato a dividere esattamente a metà quattro album di studio, gli unici sin qui pubblicati. Il primo è questo ‘August And Everything After’ del 1993, che fece gridare al miracolo, con i suoi suoni asciutti ed incisivi, divisi tra ballate urbane e rock. Quell’album, sette milioni di copie vendute, quarto posto su Billboard e novanta settimane in classifica, era trascinato dal singolo ‘Mr. Jones’, che rimane ancora oggi l’asse di questa nuova edizione doppia, con tredici dal vivo, presi nell’ultima data a Parigi, del tour promozionale dell’album (durato un anno!) e sei “quasi” inediti, divelti da demo dell’epoca, dove spicca l’acustica ‘This Land Is Your Land’ di Woody Guthrie. (Gianni Della Cioppa)
SANTANA
‘ULTIMATE COLLECTION’
(Sony BMG)
Non l’ultima raccolta, ma la meno banale
Con una quarantina di album di studio sulle spalle, Carlos Santana, uno dei primi a trasferire suoni latini nel rock, vanta circa un centinaio di antologie. Si avete letto bene, cento. Inevitabile sorridere quando si legge il titolo ‘Ultimate Collection’. Altre antologie verranno. In questo caso però, se escludiamo qualche pezzo quasi obbligatorio – penso a ‘Samba Pa Ti’, ‘Black Magic Woman’ e ‘Europa’; per il resto assistiamo ad una sfilata di collaborazioni, così care alla recente produzione del nostro. Il CD è aperto dalle inedite ‘Into The Night’, scritta e cantata da Chad Kroeger dei Nickelback e la dance ‘This Boy’s On Fire’ con Jennifer Lopez e Baby Bash. Non mancano la bellissima ‘Just Feel Better’ con l’inconfondibile ugola di Steven Tyler, ‘Why Don’t You & I’ con Alex Band dei The Calling e il tormentone ‘Corazon Espinado’, cantata da Mana. Una curiosità, il brano ‘The Game Of Love’, è presente nell’originale con Michelle Branch e in una versione con Tina Turner, che inizialmente aveva rifiutato la pubblicazione. (Gianni Della Cioppa)
MELISSA ETHERIDGE
‘THE AWAKENING’
(Island)
Torna una cara amica
Non è una che si butta via Melissa Lou Etheridge, originaria del Kansas, quarantasei anni e non dimostrarli. Nove album di studio in venti anni di carriera, illuminata da molte più soddisfazioni, di quello che la scarsa notorietà italiana, potrebbe far credere. Ma la vera forza di Melissa sta nei suoi instancabili tour, anche mondiali, dove, chitarra a tracolla e voce che raschia la gola, ora dolce ora aggressiva, ci racconta la vita dalla sua latitudine, anche riguardo alle sue scelte sessuali. Una visione coerente e coraggiosa, che non si è mai piegata alla banalità. Una vita raccontata anche in una chiacchierata biografia nel 2002. Questo album di studio, che arriva dopo un’esauriente antologia di due anni fa, ci offre la Melissa di sempre, alle prese con un folk che odora di pop e puzza di rock. E poi c’è la sua voce, incrocio di Rode Stewart e Janis Joplin, che sa di brividi e miele ad ogni strofa. Diciotto nuovi pezzi e tante storie da raccontare, ‘California’, ‘God Is In The People’ e ‘Open Your Mind’ le mie priorità. (Gianni Della Cioppa)
ALLMAN BOTHERS BAND: ‘2ND SET’
GREGG ALLMAN: ‘NO SRANGE TO THE DARK, THE BEST OF’
(Yellow Label/Audioglobe)
Southern pride
La Allman Brothers Band è semplicemente la prima e la più grande band di rock sudista del pianeta. Un gradino sotto Lynyrd Skynyrd e ZZ Top poi via via quello che preferite. La congrega di Jacksonville vanta un archivio discografico simile ad un pozzo senza fondo, ma se in studio la scelta è ben definitiva, le possibilità si moltiplicano per i titoli dal vivo. ‘2nd Set’ è del 1995 e guadagnò anche un onorevole posizione nelle classifica di vendita, oggi viene riesumato in edizione digipack, con i suoi settanta minuti abbondanti, con ‘Soulshine’ e ‘In Memory Of Elizabeth Reed’ sugli allori, il tutto rimasterizzato e con un suono davvero più convincente. Per certi aspetti è però più interessante l’antologia di Greg Allman, che fotografa il suo periodo solista (ascolto prioritario la versione dal vivo di ‘Melissa’), nel quale ha dimostrato di aver una mentalità musicale ampia, soprattutto in alcune ballata ad ampio respiro, e non circoscritta al solo southern, anche se folk e blues ne sono di fatto parenti stretti. Rispetto all’edizione originale del 2002, questa riedizione presenta tre brani in più, con una ‘Whippin’ Post’ che merita solo applausi. (Gianni Della Cioppa)
SAVOY BROWN: ‘STEEL’
KIM SIMMONDS: ‘STRUCK BY LIGHTNING’
(Blue Label/Audioglobe)
When the rock meets the blues...
Davanti a Kim Simmonds dobbiamo solo toglierci il cappello. Pochi artisti hanno avuto la tenacia e la passione di questo chitarrista che, partito dall’Inghilterra quaranta anni fa, ha saputo trovare e metà dei seventies, una breve, ma intensa consacrazione in America e, quando era tempo di farsi da parte, lo ha fatto con dignità, accettando un ruolo di comprimario, senza mai avanzare pretese di star depressa, per un percorso fatto di pochi album e tanti concerti. ‘Steel’ è uscito in USA lo scorso anno e viene oggi proposto in Europa con due pezzi in più. Hard blues sano e roccioso, senza trucchi, ma solo con infinita passione, che si pare con il classico ‘Monday Morning Blues’ di Lowell Fulsom. ‘SBL’ invece è datato 2004 e rivede la luce, con copertina diversa e medesima scaletta. Si tratta di un lavoro acustico, che pesca il Delta Blues e lo dona alle nuove generazioni. Non è un lavoro per nostalgici, infatti il suono, pur rispettoso della tradizione, ha un taglio più attuale e la voce devota e parlata di Kim, ha un fascino particolare. Ma forse l’essenza di questo musicista sta tutta nel titolo che chiude la versione originale dell’album dei Savoy Brown, ‘Keep The Dream Alive’. Passione e coerenza. (Gianni Della Cioppa)
TYGERS OF PAN TANG
‘ANIMAL INSTINCT’
(Cargo/Livewire/Frontiers)
New hot blood
Dopo i fasti della NWOBHM e l’oscurità degli anni ’90, i Tygers Of Pan Tang, da qualche anno sono ritornati in pista con line up troppo instabili, per dare un reale senso di continuità. Potrebbe essere però la volta buona, anche grazie alla presenza del nuovo cantante, il “nostro” Jacopo Meille. Sinceramente, ho quasi sperato che fosse un album brutto, così da evitare dubbi, illegittimi per chi mi conosce bene, tuttavia inevitabili per i troppi sospettosi. Ma il pennino del chitarrista Rob Weir, pare rigenerato proprio dalla voce di Jacopo (che si occupa anche di vari testi), ed affonda alcuni pezzi notevoli, ancorati più nell’hard rock brillante che nel metal. Ma è questo è solo un ulteriore motivo per gioire di canzoni quali ‘Rock Candy’, ‘Cry For Freedom’, la bellissima ‘Live For The Day’ dove spunta un cantato alla Paul Rodgers e ancora ‘If You See Kay’ e ‘Hot Blooded’, tutti esempi brillanti di una ritrovata vena creativa, che dal vivo, mescolata ai tanti classici del gruppo, crea una miscela esplosiva. Gran bel disco, aggiungere altro sarebbe solo superfluo. (Gianni Della Cioppa)
IAN GILLAN
‘LIVE IN ANHAEIM’
(Edel)
The lord
L’impressione è che davvero Ian Gillan sia un lord del rock, una persona di classe, al di sopra delle parti e assolutamente innamorato della musica. Non si spiega altrimenti, perché dovrebbe imbarcarsi in un tour, in uno dei rari momenti di riposo dei suoi Deep Purple? Ma la risposta sta tutta in una sua recente affermazione “È un’occasione per proporre alcuni pezzi che adoro, ma che hanno avuto poco spazio nei concerti”. Ecco così questo doppio album dal vivo, disponibile anche in DVD, che riassume le date del 2006, tra Canada e America. Venti pezzi, che mostrano il nostro in forma smagliante, tra le chicche troviamo ‘Wasted Sunsets’ e ‘Not Responsible’, da ‘Perfect Strangers’, ‘Unchain Your Brain’ da ‘Glory Road’, la bellissima ‘Bluesy Blue Sea’ da ‘Magic’, la storica ‘Into The Fire’ e la chiusura con botto di ‘Trouble’ e ‘Knocking At Your Back Door’. A dispetto del tempo che passa, e dell’età (adesso sono sessantatre anni!!), Ian Gillan non demorde e questo live è un vero scrigno di emozioni. (Gianni Della Cioppa).
WAYSTED
‘WAYSTED’ / ‘THE GOOD THE BAD THE WAYSTED’
(Krescendo/Audioglobe)
The good of hard rock
La bellezza di quei mitici primi anni ’80, era l’incredibile varietà di proposte, anche se erroneamente, la critica scriveva solo “heavy metal”, mescolando decine di gruppi e stili. Basterebbe ascoltare questi Waysted (da poco tornati con l’album ‘The Harsh Reality’), per rendersi conto di come la combriccola dell’ex UFO, Pete Way, preferisse retaggi hard rock anni ’70, piuttosto che incanalarsi pedissequamente nei gironi della NWOBHM, allora imperante. Rock duro quindi, con la voce di Finn, incrocio maldestro di Rod Stewart e Alice Cooper, che guida le danze e la chitarra di Ronnie Keyfield, che cuce riff e assoli. Queste due ristampe (dove era già assente il fuggiasco Paul Raymond, che poi tornerà alla base per ‘Save Your Prayers’), propongono per intero l’album ‘TGTBTW’ del 1985, dove si può ascoltare la versione originale del futuro hit ‘Heaven Tonight’ e il suo mini LP predecessore, che porta il nome della band, con alcuni brani dal vivo del periodo, in aggiunta. Una conferma che il tempo ha conferito fascino e valore ad una band, all’epoca poco valorizzata. (Gianni Della Cioppa)
GLENN HUGHES
‘FIRST UNDERGROUND NUCLEAR KITCHEN’
(Frontiers)
Non bastan più le parole
Dopo l’acronimo di rock con ‘Return Of Crystal Karma’ del 2000, è la volta di ‘F.U.N.K’, così almeno da pareggiare i conti, tra i due grandi amori di Glenn Hughes. L’album è infatti pervaso da un groove pesante, fatto di giri di basso terremotanti, da ritmi sincopati e tempi dispari, con la batteria di Chad Smith mai doma e con una sensazione incalzante di libertà espressiva. In questa tempesta di palpiti, a dominare però sono le canzoni ed è in questo contesto che va vista la frase di presentazione. Infatti non bastano più le semplici parole per osannare Glenn Hughes, ogni sua, non più rara, nuova uscita, è un autentico premio alla creatività, in un girovagare di arrangiamenti e tocchi di classe pura. Canzoni come ‘Crave’, ‘Satellite’ e ‘Imperfection’ sono tra le più belle mai scritte dall’ex Deep Purple. Chi vaneggia che le droghe aumentino la creatività, ascolti il “ripulito” Hughes, e faccia ammenda. Album stupendi in successione. Questo ‘F.U.N.K. è solo l’ultimo tassello. (Gianni Della Cioppa)
VALIENT THORR
‘LEGEND OF THE WORLD’
(Volcom/audioglobe)
Furore e seduzione
“Suoniamo psichedelia, thrash e rock”. Il che vuol dire tutto e niente. Ma è esattamente quello che raccontano di fare i Valient Thorr, che sembrano aver assemblato tutto il sudiciume che il metal (e affini) ha disseminato negli ultimi tre decenni di percorso. Sono del North Carolinian, ma raccontano di provenire da Burlatia, nei pressi di Venere, giocano con nomi che li fanno sembrare pazzi, scemi o folli, ma quando scende in campo la loro musica, allora le cose si fanno serie. Immaginatevi una mistura letale dell’irriverenza di MC5 e The Dictators, la forza di certo metal anni ’80, tra Metallica e Testament e, per non farsi mancare nulla, anche il sudore di James Brown, che loro stessi citano come reale influenza (insieme a Nikola Tesla!!). Dopo l’esordio di ‘Total Universe Man’, sono tornati sulla terra, per questo secondo capitolo, altrettante letale e corrosivo, ma non privo di melodia, con testi ironici e ricchi di contenuti. ‘False Profits’, ‘Exit Strategy’, ‘Heatseeker’, ‘Fall Of Pangea’, ‘Rezerection’, vi assaliranno con ferocia e, liberi di non credermi, seduzione. Una nuova via del metal? (Gianni Della Cioppa)
OFFICINA MECCANICA
‘LA FOLLIA DEL MIMO DI FUOCO’
(AMS/Bft)
Dalle nebbie (pop) prog italiano
Oggi la definizione pop, ha tutta un’altra valenza, ma i romani Officina Meccanica, cinque singoli all’attivo, erano invece perfettamente calati nel panorama pop del loro tempo, con un suono ricco di inventiva, esaltato dal supporto di fiati (sax e tromba) e ricche parti strumentali. Come molti gruppi di allora (purtroppo succederà anche a quelli di oggi), dopo anni di sacrifici furono costretti ad abbandonare, per disperdersi in altri progetti e ritrovarsi aggi a godere di una popolarità postuma. Finalmente è uscito un CD antologico, che permette ai cultori di apprezzare le incursioni stile Soft Machine, della loro musica. Le foto dimostrano che il sestetto amava proporsi truccato, in linea con i contemporanei Osanna. Una bella confezione avvolge il prodotto, che raccoglie, oltre a pezzi già noti, anche alcune suite strumentali, registrate dal vivo, in vari concerti. A dimostrazione che il meglio l’Officina Meccanica l’aveva tenuto per un ipotetico 33 giri. Il tempo ha rimesso a posto le cose. (Gianni Della Cioppa)
GAN EDEN IL GIARDINO DELLE DELIZIE
‘LAVORI IN CORSO’
(AMS(Bft)
Keyboard prg
Dietro questo progetto c’è la mente creativa di Angelo Santo Lombardi, personaggio originale, che conferisce un tocco naif, non solo alla sua musica, ma all’intero progetto che lo coinvolge. Basterebbe osservare la copertina dell’album, ma ancora di più visitare il suo bizzarro sito, in un misto di fantasy, attualità e fantascienza, per rendersi conto che i Gan Eden sono assolutamente collocabili fuori da ogni logica commerciale. Non più giovanissimo, il nostro è riuscito ad allestire una vera band, circondandosi di musicisti della sua generazione, per dare uniformità al progetto. Dopo il più sperimentale ‘I Giorni di Eurisko’ i Gan Eden IGDD, hanno pubblicato il nuovo ‘Lavori In Corso’, che sin dal primo ascolto profuma di atmosfere prog a vele spiegate, anche se l’iniziale ‘Dolce Brezza’, evidenzia un equilibrio tra prog e retaggi di cantautorato. Il leader ha una timbrica narrativa che ben si amalgama con le sonorità dei brani, dove spiccano ‘I Take All The Way’ e la title track, anche se il brano migliore mi sembra ‘Riflesso Di Una Spada Di Fuoco’, accompagnata da un’autentica pioggia di tastiere. (Gianni Della Cioppa)
PEARL JAM
‘LIVE AT THE GORGE 05/06’
(Warner)
Tre concerti in sette CD. Una goduria.
Abbandonati da anni i panni di rivoluzionari, i Pearl Jam sono oramai un’ortodossa classic rock band, capace però di vivere ai margini del business, con alcune scelte coraggiose, come la lotta al caro prezzi dei concerti e offrendo ai loro fan la possibilità di acquistare i CD di tutti i loro concerti, direttamente sul loro sito, ad una cifra ragionevole. Qualche volta prendono anche posizioni politiche. Niente di così sovversivo insomma, ma ai Pearl Jam continuo a voler bene, vuoi per la loro onestà intellettuale, vuoi perché Eddie vedder continua ad emozionarmi, con quella voce così calda e vera da far sembrare facili anche le cose impossibili. O forse perché le chitarre suonano sempre di più anni ’70. O più semplicemente perché continuano a fare album dignitosi, anche se la loro vera forza sono i live show. E quale miglior testimonianza di questo cofanetto di sette CD, venduto davvero ad un prezzo ridotto (si trova anche a 31 euro), che documenta tre interi spettacoli a Gorge, del primo settembre 2005 e 22 e 23 luglio dello scorso anno. Una scaletta di ben novantuno brani, che spazia tra esordi ed attualità, con alcune gemme indimenticabili e qualche cover. Anche i brani ripetuti vengono offerti sotto spoglie diverse, a testimoniare la versatilità del gruppo, che non disdegna nemmeno improvvisare. Questo è il rock. Punto e a capo! (Gianni Della Cioppa)
STRANA OFFICINA
‘THE FAITH’
(MyGraveyard Productions/Masterpiece)
Keep the faith!
Il nome Strana Officina evoca emozione e rispetto, in chiunque conosca, anche solo superficialmente, la scena heavy metal italiana storica degli anni ’80. Una scena che si è battuta in mezzo a strutture precarie, con tanta passione, ma uscendone sconfitta. A chiudere però la storia della Strana officina fu solo il fato, che li privò, in un colpo solo, a causa di un incidente stradale nel 1993, dei fratelli Fabio e Roberto Cappanera e successivamente di Marcello Masi, un altro dei componenti originali. Ma lo spirito di questa band toscana non si è mai dissolto e negli occasionali concerti tributo l’atmosfera era talmente bella che il cantante Bud Ancellotti e il bassista Enzo Mascolo hanno deciso di riedificare la band, affidandosi alla famiglia Cappanera, con i giovani Dario e Rolando, alla batteria e chitarra, donando un senso di continuità, anche spirituale all’idea originale del gruppo, che dal vivo mantiene intatta la forza d’urto storica. Ecco così l’idea di riregistrare il repertorio storico. Lo scoglio della diffidenza è stato superato con l’intelligenza. Niente suoni moderni e pompati, ma solo una logica miglioria. Il repertorio è presente quasi per intero e la bellezza delle canzoni, che definire classici non è eresia, è toccante. (Gianni Della Cioppa)
VARIOUS
‘THE ESSENTIAL BLUE ARCHIVE’
(Blue Label/Audioglobe)
Blues explosions!
La Blue Label ne ha combinata un’altra. Ecco una bellissima collana in formato slimpack, di seminali artisti, autentiche leggende della musica del diavolo, che in queste raccolte vengono sviscerati con il meglio delle loro carriere. Chiaramente il taglio antologico è spesso riferito esclusivamente alla giovinezza dei bluesman, quando scorticavano sulla loro pelle il passaggio dal blues al rhythm’n’blues, sfiorando il ciclone rock’n’roll. Ogni Cd contiene venti tracce, che riescono a dare un contributo importante al percorso dei singoli artisti, ed è accompagnato da esaurienti note biografiche, firmate dall’esperto Neil Slaven, capace di dare, nonostante la sintesi, curiosità e molto altro. Quello che sbalordisce, e visto gli anni che gravito tra questi suoni non dovrebbe stupire, è l’assoluta varietà di stili, nonostante tutti vengano ordinati sotto la dizione blues. L’elenco delle pubblicazioni è in evoluzione, ad oggi il mio archivio conta dieci titoli, tutti allo stesso modo fondamentali. Guitar Slim ‘The Story of My Life’, ‘Lonnie Johnson ‘Why Should I Cry’, Lightning Hopkins ‘Nothin’ But The Blues’, Joe Turner ‘Jumpin’ Tonight’, Professor Longhair ‘Mardi Gras In New Orleans’, Big Bill Broonzy ‘Vol. 1’ e ‘Vol. 2’, Jimmy Reed ‘Ain’t That Lovin’ You Baby’, Leadbelly ‘Diggin’ My Potatoes’ e Percy Mayfield ‘My Blues’. Un bel malloppo che, con il materiale che verrà, forma un archivio musicale, ma anche storico e culturale straordinario, di una musica, che è diventata una parte integrante della storia della società moderna. (Gianni Della Cioppa)
CLUSTER
‘CLUSTER II’ / ‘ZUCJERZEIT’
(InsideOut Revisited/Audioglobe)
Segnali mistici senza tempo
Quando, circa tre anni fa, abbiamo redatto e pubblicato, nel numero 3, una nostra Top 30 sulla cosmic music tedesca, non avremmo mai immaginato di essere gli inconsapevoli iniziatori di una catena di ristampe. Coincidenza o segnali che vagavano nello spazio e che abbiamo saputo cogliere per primi, resta il fatto che la sezione retrospettiva della Inside Out, denominata, Revisited, da qualche tempo sta letteralmente setacciando capolavori e titoli da culto di quella scena, che spesso intreccia e si scambia musicisti e produttori. Tra i geni vanno certamente segnalati questi Cluster, che nel 1969 si muovevano come Kluster, per assumere dopo due album rumoristici la denominazione che li ha resi famosi, al popolo del kraut rock. Pubblicati in origine nel 1972 e nel 1974, si tratta di due album pieni di inventiva, soprattutto il terzo del nuovo corso, che porta innovazioni melodiche e strumentali, con scie di synth, che cuciono armonie su più tonalità E vedere in concerto Hans-Joachim Roedelius e Dieter Moebius, seduti dietro la loro cascata di fili e tastiere, come documentano le foto dell’epoca, intenti a produrre sonorità innovative, deve essere stato uno spettacolo seducente e anche un po’ mistico. Ascoltati oggi i Cluster non perdono nulla del loro fascino straniante. Un viaggio senza tempo (e fine) tra ghirigori di elettronica, chill out, lounge e new age. (Gianni Della Cioppa)
BOB DYLAN/THE KINKS/MAGNUM /RED HOT CHILI PEPPERS/
URIAH HEEP/ VAN DER GRAAF GENERATOR
‘TRANSMISSIONS’
(Storming/Audioglobe)
Una nuova gettata di uscite della linea ‘Transmissions’, che abbina un libretto biografico in inglese, addobbato di foto, non sempre sfruttate e in alcuni casi con un contorno di interviste a giornalisti e musicisti. Quello dei RHCP è impreziosito dalla discografia commentata, track by track. Si tratta quasi sempre di materiale audio e video, non sempre di alta qualità, già pubblicato nelle varie collane ‘Music In Review’, ‘Up Close and Personl’, ‘Videobiography’ o altrove, in un lavoro di copia e incolla, che può apparire anche offensivo a ben vedere, ma qui le canzoni non sono tagliate dalle interviste e si ascoltano per intero. Nello specifico i CD sono puntellati su spettacoli dal vivo, omogenei (Magnum a Birmingham nel 1992, i VDGG in Belgio nel 1972 e 1975, RHCP a Woodstock ’94, UH in America nel 1975) e variegate per gli altri due. Il fan li troverà sicuramente interessanti, soprattutto Bob Dylan i The Kinks pescati in varie esibizioni televisive. Per tutti l’aggiunta di materiale video per computer e se per Magnum, VDGG e Dylan ci sono solo due tracce, i The Kinks ne contano ben nove e cinque gli Uriah Heep d’annata con un David Byron affascinante, ma non sempre brillante. (Gianni Della Cioppa)
BLACK WIDOW
‘LIVE’
(Mystic Records/Black Widow)
Era leggenda ora è realtà!
Racconta Clive Jones, mentore del gruppo, nel booklet, pieno di dettagli, “Sapevo del video di ‘In Ancient Days’, ma quando ho messo il DVD nel lettore (il CD riproduce la medesima scaletta), ho scoperto che c’era l’intero concerto”. Il video, grazie al lavoro di recupero di Alex Sannders e di sua moglie Maxine, realizzato per un programma TV tedesco nel 1970, per la promozione dell’album di esordio ‘Sacrifice’, riporta l’intera scaletta del disco, con momenti altamente coinvolgenti, con una fotografia cupa e psichedelica, immagini sdoppiate e colori sovraesposti, un’effettistica tipica del periodo, che oggi magari appare ingenua, ma che rende perfettamente il senso di ciò che vediamo ed ascoltiamo. Il cantante Kip Trevor si muove nervosamente come un’iguana-demone sulla pedana su cui la band, in forma e visionaria più che mai si esibisce, una zona piena di riflessi e scintille, su cui si consuma l’atto finale del sacrificio, durante le note distorte e corrotte di ‘Sacrifice’ appunto. Ma la tensione si accende anche nel refrain tribale di ‘Come To The Sabbat’ e ‘Seduction’ o nel marasma enfatico di ‘Attack Of The Demon’. A distanza di quasi quattro decenni non si è persa una sola stilla del magnetismo cupo e drammatico della “vedova nera” del dark rock! (Gianni Della Cioppa)
IL BACIO DELLA MEDUSA
‘IL BACIO DELLA MEDUSA’
‘DISCESA AGLI INFERI DI UN GIOVANE AMANTE’
(Black Widow/Masterpiece)
Elegia prog
Arrivano da Perugia, hanno speso i primi anni di carriera a cementare la loro unione, tesi a cercare la formula migliore per omaggiare al meglio il rock progressivo italiano, con BMS, Corte Dei Miracoli e Osanna nel mirino. Un percorso solcato con tale abilità, da arrivare all’esordio autoprodotto, che portava il loro nome, e far gridare al miracolo, gli innamorati del genere, che sembrano pochi, ma solo perché sono disseminati per il mondo. Inevitabilmente il viaggio della band ha incrociato quello della label Black Widow, che ha ristampato l’esordio ed oggi lo pubblica contemporaneamente al nuovo album, dal titolo affascinante. E proprio fascino, fantasia e creatività, è ciò che gocciola dalla musica multiforme del Bacio Della Medusa, un suono che poggia su un telaio strumentale ricco e complesso, con intrecci di chitarre, tastiere, arringhe di flauto traverso, violino viola e con parti cantante piantate lì, nell’espressione migliore del pop italiano degli anni ’70. Se il primo album si era scolpito nei petti dei nostalgici del prog, con le sue danze paesane, tramutate in rock antico a tutto tondo, il nuovo lavoro riesce nell’impresa di essere superiore, in un vortice sonoro, che evidenzia una maturità di scrittura impressionante. Nonostante sia zeppo di citazioni (prog, folk, lirica, operetta, colonne sonore), siamo davanti ad un concept album strabiliante, che trabocca maturità e piacere d’ascolto. Le copertine dei vinili apribili, se messe vicine, formano un unico quadro. Magia nella magia. (Gianni Della Cioppa)
ERIC BELL
‘THIN LIZZY BLUES’
(Music Avenue/Audioglobe)
Il primo chitarrista dei Thin Lizzy, una volta chiusa l’avventura con quella band, circa trentacinque anni fa circa, ha continuato a girare i locali di Belfast e dintorni, suonando blues, portando avanti il suo amore per il blues. Questo album è una selezione di classici di Buddy Guy, Albert Collins e altri, alcuni dal vivo, suonati con una pulizia ed una tecnica, rara a trovarsi. Ci sono anche ‘Whiskey In The Air’ e ‘The Rocker’ di Lizzyana memoria. In chiusura una versione di ‘Gloria’ dei Them di Van Morrison. (Gianni Della Cioppa)
THE BRITISH BLUES ALL STARS
‘AT NOTODDEN BLUES FESTIVAL’
(Blue Label/Audioglobe)
Un’autentica parata di stelle, battezzata British Blues All Stars, si raccoglie intorno a questo evento, un concerto a Notodden, una località a pochi chilometri da Oslo, circondata da natura incontaminata. Luogo ideale per suonare blues incontaminato. I protagonisti sono vecchie glorie, ancora piene di motivazioni, Bob Hall, Kid Simmonds, Peter Green, Colin Allen e sua maestà Long John Baldry, purtroppo morto pochi mesi dopo questa esibizione del 2004. Il blues, diciamocelo, è un suono che si ripete e spesso stanca, ma qui non c’è traccia di uniformità, ogni brano splende e quando Long John canta le tradizionali ‘Midnight In New Orleans’ e ‘Shake The King’, sono brividi veri quelli che si provano. (Gianni Della Cioppa)
BO DIDDLEY
‘YOU CAN’T JUDGE A BOOK BY THE COVER’
(Music Avenue/Audioglobe)
Personaggio fondamentale in quel cordone di tempo durante il qualche il blues transitava verso il r’n’r, Bo Diddley è stato discepolo e maestro di musica, inserendo elementi africani nel blues e rubando trucchi dal r’n’r per trasferirli nella sua particolare chitarra. Ma il suo tempo non è mai passato e sul palco è un gigante. Ha scritto pezzi diventati classici e portandone in giro di vecchi, altrettanto storici. In questa CD live ci sono entrambi e rispetto all’originale del 1984 la bellezza di nove bonus. (Gianni Della Cioppa)
ANSLEY DUMBAR
‘BLUE WHALE’
(Music Avenue/Audioglobe)
Dopo aver dato vita ai suoi Retalation, autori di ben quattro album e dei quali vi abbiamo riferiti nel numero scorso, il batterista Ansley Dumbar, prima di finire alla corte di Frank Zappa, David Bowie, Journey e via andare, si concesse un’ultima prova solista, questo ‘Blue Whale’, che in un certo modo è complemento e chiusura, di un momento di sperimentazioni e ricerca, prima di decollare come session man. La sintesi della sua anima in movimento è la lunga ‘Willie The Pimp’ di Frank Zappa, ma anche i pezzi firmati da Paul Williams (voce) e Tommy Eyre (futuro tastierista degli Yes) hanno la loro valenza (storica). (Gianni Della Cioppa)
JIMMY HALL
‘THE MUSCLE SHOALS RHYTHM COLLECTIVE’
(Music Avenue/Audioglobe)
Negli anni ’70 Jimmy Hall era il cantante (armonicista e sassofonista) dei Wet Willie, una band di southern rock con un discreto successo, che sapeva rileggere country e blues, e che si esibiva con un coro femminile, le Williettes, che dava un sapore molto rhythm’n’blues. Come molti di quell’epoca, anche Jimmy Hall, nel tempo si è tenuto a galla con il mestiere e la passione. Qui è alle prese con il repertorio del leggendario bluesman Eddie “Muscle Shoals” Hinton (l’Otis Redding bianco) e non sfigura affatto. Anche se rimane il dubbio che sia un CD rivolto a chi li suona e non a chi li ascolta. (Gianni Della Cioppa)
JOHN LEE HOOKER
‘JEALOUS’ / ‘DON’T LOOK BACK’
(Blue Label/Audioglobe)
Le promesse si mantengono e prima o poi un bell’articolo su John Lee Hooker ve lo dobbiamo assolutamente offrire. Intanto godiamoci le ristampe che riportano a galla il periodo più recente del re del blues, ma non per questo meno significative. ‘Don’t Look Back’, del 1997, sin dal titolo è una dichiarazione di forza, che la produzione di Van Morrison, rende solo più elegante. ‘Jealous’ è invece del 1986 ed è ruggine e portento. Diciamocelo, alcune volte il blues è noioso, non con il grande vecchio John Lee Hooker. (Gianni Della Cioppa)
ETTA JAMES
‘BLUES FROM THE BIG APPLE’
(Music Avenue/Audioglobe)
Una forza della natura, una vocalità straripante su un corpo giunonico, capace di rendere unica anche la più banale delle canzoni. Etta James, una che urlava in contemporanea con Little Richard e Otis Redding (intesi?), è una delle più grandi interpreti di jazz, soul e r&b, senza la quale gente come Tina Turner e Janis Joplin, forse non sarebbero esistite. Un autentico termine di paragone con cui confrontarsi, per chiunque canti blues al femminile. Questo live del 1980 è una bomba ad orologeria innescata. Dieci classici proposti a ritmo vertiginoso e la sua voce vola e graffia. Fantastica Etta. (Gianni Della Cioppa)
TAJ MAHAL
‘WORLD BLUES’
(Music Avenue/Audioglobe)
Figlio di un arrangiatore di orchestre jazz, il polistrumentista Taj Mahal ha lasciato alcune straordinarie testimonianze blues con influenze antiche, intinte nel folk, portando avanti un originale connubio di tradizione ed innovazione. Due suoi album, ‘Giant Step’ e The Natch’l Blues’, pubblicati alla fine degli anni ’60, sono considerati, a ragione, due capisaldi del blues folk moderno. Qui Taj è alle prese con riletture tradizionali, suoni scarni ed essenziali, che omaggiati della sua voce, sanguinano emozione. Ha detto, ”Il blues mi mette in contatto con la cultura, la spiritualità e il cosmo”. (Gianni Della Cioppa)
THE SAM LAY BLUES BAND
‘FEELIN’ GOOD’
(Blue Label/Audioglobe)
Leggere le note del booklet è come fare un viaggio nella storia del blues rock degli ultimi quaranta anni, infatti Sam Lay, inglese di nascita, ma americano di fatto, lo si trova ovunque, con Bob Dylan, nella Paul Butterfiled Blues Band, con Howlin’ Wolf, Muddy Waters, nel catalogo della storica Chess records, con la sua band. Insomma un istrione blues, batterista e cantante a tutto tondo. In questo CD, una fantastica ora di classici (splende ‘Mojo Hand’), lo ascoltiamo dal vivo, in una ricucitura di un album del 1995. Sam Lay porta ancora in giro il verbo blues, anche in Italia. Attenzione quindi. (Gianni Della Cioppa)
RICHARD BARBIERI
‘THINGS BURIED’
(Snapper/Audioglobe)
Nel debutto solista, dopo decenni di carriera, Richard Barbieri, oggi nei Porcupine Tree, ma che ha prestato le sue tastiere ai nobili Japan di David Sylvian, ci offre otto tracce strumentali, che riecheggiano new age e sperimentazione, con lievi incursioni dub. Suoni affascinanti, dove ogni singolo passaggio, ogni singola onda sonora, ha una sua motivazione, ma resta musica da sottofondo. E forse è proprio quello che vuole essere. (Gianni Della Cioppa)
BURRITO DELUXE
‘DISCIPLES OF THE TRUTH’
(Music Avenue/Audioglobe)
Che bel disco! Pensi di ascoltare musica stantia da questi vecchi rocker, che un tempo avevano regalato emozioni senza fine con i Flying Burrito Brothers (il titolo del secondo ellepi del ’70 ha dato il nome a questa edizione del gruppo), con quel girovagare tra country, folk e armonie vocali degne dei grandi amici/rivali The Byrds, e viceversa ecco la sorpresa, un folk rock acceso, pieno di belle canzoni. E così ti spieghi perché Greg Archilla, uno che prodotto Santana e Neil Young, si è preso la briga di lavorare con loro. Se gli Eagles, che usciranno con un album di inediti, facessero un disco così, si griderebbe al miracolo. (Gianni Della Cioppa)
STEVE EARLE
‘WASHINGTON SQUARE SERENADE’
(New West/IRD)
Steve Earle è uno dei veri magnifici operdenti del rock americano. Poteva essere un numero uno, ma una vita dissoluta, da poco rimessa in piedi, gli hanno impedito il salto nell’olimpo. Le qualità le ha sempre avute, sia d’immagine, che di scrittura che liriche, in quel suo vagare tra ribellione e tradizione, folk e rock e nel raccontare abusi, sfruttamento e un’America di illusioni. Ma il suo punto focale resta il palco, in studio si muove tra alti e bassi, da sempre. Questo album sta in mezzo, pochi sussulti e pochi brividi. (Gianni Della Cioppa)
EROC
‘4’
(Inside Out Revisited/Audioglobe)
Fasciato nella solita ammaliante confezione, con il booklet nella versione tedesco/inglese, trova la via anche il quarto (e ultimo?) album di Eroc, sperimentatore bizzarro, sommerso da tastiere per un elettronica spinta, non sempre limpida, ma che ha lasciato il segno. Pubblicato nel 1982, il CD però conta ben dodici bonus (che vanno dal 1983 ad un pezzo del 2004, che segna il ritorno di Eroc), con tanto di dediche personalizzate, che vanno da David Bowie a Falco ai Monty Python, fino ad uno sconosciuto dj russo che, trenta anni fa, leggeva versi del poeta vate Aleksandr Puskin su Radio Mosca. (Gianni Della Cioppa)
GLENN HUGHES
‘THIS TIME AROUND – AN ANTHOLOGY 1970-2007’
(Castle/Edel)
I fan del divino Hughes troveranno interesse nell’inedita ‘Justine’ e nella recente versione live di ‘This Time Around’, priva di ritocchi e assolutamente magnifica, per tutti gli altri è un riassunto, naturalmente non esente da lacune, ma che ha il pregio di toccare quasi tutti i passaggi fondamentali della carriera di questo straordinario artista (Trapeze, Deep Purple, con Pat Thrall, Iommi, Black Sabbath, solista). Tante le belle canzoni, tantissime quelle che mancano, ma è un buon inizio per, spero i pochi, non adepti. Stupendo il booklet – foto e copertine non mancano - con un’esauriente intervista al protagonista. (Gianni Della Cioppa)
MARK OLSON
‘THE SALVATION OF BLUES’
(Ryko/Audioglobe)
Il titolo è tutto. Un album sofferto, che arriva dopo il divorzio con Victoria Williams (quattro album in coppia a nome Creekdippers) e che svela il volto più intimo e umano di Mark Olson, un musicista che ha mille avventure (artistiche, voce dei The Jayhawks e non, da raccontare), ma che sembra abbeverarsi da sempre alla fonte del blues, con sprazzi di (alt)country e folk, con la sua voce, ora limpida ora ruvida, che si impasta con poche, ma sentite note. Confezionato come un libro, con testo e foto, il CD conta anche sulla collaborazione del violinista italiano Michele Gazich. (Gianni Della Cioppa)
YATHA SIDHRA
‘A MEDITATION MASS’
(Inside Out Revisited/Audioglobe)
Il desiderio di rallentare i ritmi frenetici oggi è quasi una forma di business, ma nei primi anni ’70 era solo una corrente alternativa alla frenesia che l’industrializzazione stava depositando alle masse occidentali. Questo unico album degli Yatha Sidhra, del 1974, era uno dei primi portavoce della lentezza, ed è veramente bello, un suono soft, meditativo, ma non banale, chiaramente con tabulati orientali, ma non pacchiani e dove non mancano partiture jazz rock. Si riformeranno negli ’80 come Dreamworld, per due album, sulla falsariga di questo sorprendente progetto. (Gianni Della Cioppa)
STATUS QUO
‘IN SEARCH OF THE FOURTH CHORD’
(Fourt Chord/Edel)
Mai nome fu più indovinato. I baronetti del rock (se non lo sono ancora, lo diventeranno!), eseguono la stessa canzone da quaranta anni, ma a tutti sta bene così. Semplici, spontanei e diretti, suonano, divertono e si divertono, hanno inventato un genere e lo difendono tenacemente, da ben trentatré album (una specie di record credo) e, da non crederci, questo ‘ISOTFC’ è uno dei loro lavori più belli, da tanto tempo a questa parte. Merito del ripescaggio del produttore storico Pip Williams, ma soprattutto della testardaggine di Rick Parfitt e Francis Rossi. (Gianni Della Cioppa)
NEIL YOUNG
‘CHROME DREAMS II’
(Reprise/Warner)
Credo che uno debba avere il diritto di dire che Neil Young sta esagerando. Il rispetto per l’artista resta immutato, ma da troppo tempo il canadese ha perso i barlumi del genio, per girovagare tra ristampe, raccolte e album come questi, che recuperano tracce dimenticate e inedite, dipanate in trenta e più anni di scrittura. Ci sono alcune gemme, il monologo ‘Crime In The City’ e ‘Ordinary People’ per esempio, ma è poco. Il titolo omaggia e ironizza un suo fantomatico album ‘Chrome Dreams’ appunto, annunciato a metà anni ’70 e mai pubblicato. (Gianni Della Cioppa)
LOSTARK
‘METRO D’ACQUA’
(Videoradio)
Nella marea informe di produzioni che affolla il mercato discografico, anche solo relativamente alla scena rock italiana, è quasi impossibile individuare il meglio. Ci si affida all’istinto, ma più che altro alla fortuna. E questa volta “lady luck” si è fermata da me. Infatti vi riferisco con piacere dell’esordio di questa band sarda, che si esprime con un rock multiforme, a tratti psichedelico dal taglio hard, altre con connotati tradizionali. Energia, qualche spunto inedito, un cantato polmonare e testi con qualche buona intuizione, in sintesi nove canzoni che funzionano. www.lostark.it (Gianni Della Cioppa)
STEVE STEVENS
‘MEMORY CRASH’
(Magna Carta/Edel)
Semplicemente uno dei migliori chitarristi rock degli ultimi due decenni. Questa la mia opinione, che pare condivisa da pochi, su Steve Stevens, uno che non ha mia svenduto la propria arte e che ultimamente si ostina a pubblicare dischi strumentali, quando senza dubbio avrebbe i mezzi per scrivere canzoni, addobbate di voce, memorabili. Qui lo ascoltiamo divagare, ma mai perdersi, sempre padrone della situazione con un suono roccioso, pulito e versatile. Magnifica la versione di ‘Day Of The Eagle’ di Robin Trower, impreziosita dall’ugola di Dug Pinnick dei King’s X. (Gianni Della Cioppa)
JACKSON BROWNE
‘SOLO ACOUSTIC VOLUME 2’
(Inside Recordings/Audioglobe)
A sessanta anni Jackson Browne, non ha perso nulla dell’emozione che ispira le sue corde vocali. Ascoltarlo in questo secondo “solo acoustic” (il primo è del 2005) è come fermare il tempo, ci sono meno classici, ma non musica di minor qualità. Chiacchiera disinvolto tra un brano e l’altro il nostro e il pubblico si diverte, per poi zittirsi quando salpano le note di ‘Enough Of The Night’, ‘Casino Nation’, ‘The Night Inside Me’ e persino ‘Something Fine’ e ‘Redneck Friend’ dal debutto del 1972. Il meglio arriva alla fine con le splendida ‘Somebody’s Baby’ e ‘My Stunning Mystery Companion’. (Gianni Della Cioppa)
‘HOUR OF 13’
(Shadow Kingdom/Black Widow)
Tutti i fan del dark doom, diciamo sinfonico, quello che i Black Sabbath hanno vergato con ‘Sabbath Bloody Sabbath’ e ‘Sabotage’ sono pregati di chiamarsi a raccolta e di avventurarsi nei meandri di questo splendido (e ribadisco splendido) album degli americani Hour Of 13, che solo l’enorme massa di uscite mi costringe a relegare nei “corto”. Una voce evocativa, sonorità epic doom, che chiamano in causa anche i primi Warlord ed un’espressione melodica non facile a trovarsi. “The Correlation” inoltre è una canzone stratosferica. (Gianni Della Cioppa)
Contadine
FAIR WEATHER
‘BEGINNING FROM AN END’
(Esoteric/Audioglobe)
Atmosfere agresti nel booklet di questo CD, uscito in origine nel 1971 per la splendida Neon Records e riportato a galla oggi dall’attiva Esoteric Recordings. Come per i colleghi di label Web e Samurai, anche qui siamo sulle sponde del prog, con innesti folk e jazz e qualche raro passaggio hard. Un suono tipico di quel periodo, dove la fantasia era al potere. Ben sei le bonus (compreso il rock’n’roll di Tutti Frutti’, tratte da due singoli e con due inediti, che mostrano un suono meno spigliato delle otto tracce originali. (Gianni Della Cioppa)
ROBIN GEORGE/GLENN HUGHES
‘SWEET REVENGE’
(Krescendo/Audioglobe)
Queste registrazioni giravano sul web da tempo ed ora sono finalmente messe a disposizione anche di chi non ha né tempo né voglia, di passare la vita a rincoglionirsi davanti ad un computer a scaricare musica illegalmente. Una mole di musica che, lo dice la logica, non avrà mai il tempo di ascoltare. Per gli altri questo ‘Sweet Revenge’, pur con una registrazione scolastica, ha più di un motivo di interesse, la voce di Glenn ovviamente e le atmosfere funky rock delle dieci tracce, che ricordano l’altro progetto dell’epoca di Robin George, i Notorius, divisi con il grande Sean Harris. Il pezzo migliore è ‘Don’t Come Crying’, degna delle cose migliori di Hughes. (Gianni Della Cioppa).
LIONHEART
‘HOT TONIGHT’
(Krescendo/Audioglobe)
Era il 1985, l’anni dove l’Inghilterra si innamorò dell’hard rock melodico americano. Tantissimi gruppi facevano il verso ai Bon Jovi, ovviamente con un taglio più hard e meno ruffiano, ma senza farsi mancare la melodia e le belle canzoni. Questi Lionheart, messi in piedi dall’ex Iron Maiden Dennis Stratton e da altre gente tosta della NWOBHM, sono vissuti il tempo di questo album (prodotto da Kevin Beamish), sufficiente a fargli guadagnare uan stima incondizionata. Merito della voce di Chad Brown e di un lotto di canzoni gradevoli, che il tempo ha incrinato, ma che si riascoltano volentieri. (Gianni Della Cioppa)
PAT TRAVERS
‘CRASH AND BURN’
(Krescendo/Audioglobe)
All’epoca, 1980, non era stato considerato un disco degno di particolare attenzione, oggi lo riascolti e ti sembra perfetto. Colpa dei dischi in fotocopia che addobbano il rock attuale o della nostalgia? Magari è solo che chi scrive si ritrova più in questo tipo di suono che nelle mille etichette che circolano di questi tempi. Un mio limite quindi, ma ciò non toglie che il canadese Pat Travers (di cui ci siamo già occupati su queste pagine) sia un signor musicista, se poi aggiungete che in questo album c’è Pat Thrall a fargli compagnia, capirete che un ascolto è d’obbligo. Tra i solchi anche un rifacimento di ‘Is This Love’ di Bob Marley. (Gianni Della Cioppa)
JEFFERSON STARSHIP
‘SPITFIRE/MODERN TIMES’
(Edsel/Audioglobe)
Strana ristampa che assembla, in un unico CD, due titoli della famiglia Jefferson Starship distanti ben cinque anni tra loro. ‘Spitfire’ del 1976 è il primo lavoro senza Grace Slick e pur se premiato da buoni piazzamenti di classifica, risente di questa assenza, anche se mantiene un livello dignitoso. Con ‘Modern Times’, dove invece la Slick rientra a tempi pieno, dividendo il ruolo di vocalist con l’ottimo Mickey Thomas, la band ha già scelto da tempo un rock adulto e melodico, mietendo vittime ovunque. I fan che all’epoca lasciarono da parte i pregiudizi legati al passato, scoprirono una grande band. Per gli altri è il momento di rimediare. I giovani amanti dell’AOR, avranno di che godere. (Gianni Della Cioppa)
JEFFERSON AIRPLANE
‘PLASTIC FANTASTIC AIRPLANE’
(Music Avenue/Audioglobe)
Quando sono davanti a Cd del genere si apre un problema di coscienza. Mi spiego. È evidente che un album dal vivo dei Jefferson Airplane, soprattutto se pescato nei primi anni (è il tour di supporto al secondo ‘Surrealistci Pillow’ del 1967), condito da un repertorio inossidabile, è una gemma che merita tempo e attenzione. Ma c’è il rischio di dare vita ad fiume senza fine di pubblicazioni. D’altronde quanti concerti hanno fatto i grandi del passato? Migliaia. E ha senso inanellare una lista infinita di album dal vivo, che spesso differiscono per delle semplici sfumature? Non so rispondere in assoluto. Credo che i fan dei singoli gruppi faranno festa di volta in volta. Oggi è il turno di quelli dei Jefferson Airplane. (Gianni Della Cioppa)
TESLA
‘REAL TO REEL 2’
(Tesla Rec.)
Doveva essere un secondo capitolo per fortunati e volenterosi, reperibile solo attraverso il sito o ai concerti della band, poi il business ha fatto rivedere i piani. Buon per noi – anche se i cover album, prima o poi, stancano - che possiamo gustare questa nuova porzione di rifacimenti, ben dodici, che vanno da cose note (Stones, Sabbath, Aerosmith), ad altre meno. Ma il tutto mantiene intatto il senso di integrità che i Tesla hanno sempre trasmesso nella loro musica. Hard rock forgiato nei seventies. Altro non serve. (Gianni Della Cioppa)
GRAAL
‘TALES UNTOLD’
(BloodRock/Black Widow)
Il cantante, chitarrista, compositore Andrea Ciccomartino, da anni manda avanti la sua creatura Graal, probabilmente unico esempio italiano a base di pomp rock, vicina a certi Kansas d’annata. Il quintetto romano circuisce sonorità progressive in modo competente e passionale, pur con qualche inevitabile lacuna di produzione e le articola in dieci canzoni piene di enfasi, solide e ariose, che sprigionano positività e quel gusto vintage che merita un elogio. Il tutto racchiuso in una bella confezione, per ora reperibile solo in vinile. (Gianni Della Cioppa)
DOOMRAISER
‘LORDS OF MERCY’
(BloodRock/Black Widow)
Pubblicato in CD lo scorso autunno dalla Iron Tyrant Records, vede ora la luce in uno splendido doppio LP questo esordio dei romani Doomraiser, attraverso la Blood Rock. Dieci canzoni colloidali, piene di ruggine e terra, che avanzano lente e corrosive, in un miscuglio putrido ed affascinante di doom, sludge e qualche impennata stoner, con una voce ossidata e catramosa. Un suono antico che pare fuori dal tempo, ma che questo tempo ce lo racconta così com’è, acido e violento. (Gianni Della Cioppa)
ORESUND SPACE COLLECTIVE
‘THE BLACK TOMATO’
(Transubstans/Black Widow)
Un collettivo danese, sorta di comunità musicale aperta, che in due giorni di improvvisazioni, concretizza il terzo capitolo di queste sessioni a base di space rock e coinvolgenti dissonanze lisergiche, in un vulcano di energia e asprezze, che sanno carezzare e colpire allo stomaco. Chitarre laser, batterie mammoth e, soprattutto, colate di tastiere, per un rock drogato, che rievoca gli Hawkwind e che proprio i fan di questa band renderà felici. (Gianni Della Cioppa)
VORTICO
‘VORTICO’
(Autoproduzione/Black widow)
Il progetto Vortico nasce nel 2003 e fonde le esperienze dei Blood stained Host e del cantante Rocco Di Simone. L’unione elabora un suono originale, che pesca al prog, al doom e a certo metal epico, a cui una registrazione analogica e quasi in presa diretta, conferisce una naturalezza che sorprende. Otto brani coinvolgenti, irrorati da un bel suono di tastiere, con la timbrica lirica del vocalist che spiana una nuova strada a certo metal epico, da tempo stantio. Una fusione tra hard prog, metal e doom, con rintocchi vagamente da operetta, un mix che affascina e convince. (Gianni Della Cioppa)
THE MUGGS
‘THE MUGGS’
(Times Beach Records)
Arrivano da Detroit, suonano un rock distorto, vigoroso, mai inutilmente violento e dalle loro parti sono una piccola realtà locale. Un trio (più Hammond ospite) alla vecchia maniera, tutto energia e canzoni lineari e coinvolgenti, ricordano i Grand Funk Railroad prima maniera e lo ritengo il più grande complimento che potesse capitargli. Hard rock primitivo, suonato con una strumentazione vintage e con lo spirito di chi ha l’assoluto certezza che il rock si sia fermato al 1973. (Gianni Della Cioppa)
CRACKHOUSE
‘HELL MOTEL’
(Autoproduzione)
Band veneta che da anni va predicando rock stradaiolo con la giusta attitudine e quel tocco ruvido musicale e non, che da sempre accompagna questo genere, che spesso diventa anche uno stile di vita. Forse per scelta si sono sempre appoggiati solo sulle loro forze ed anche ‘Hell Motel’ è frutto di una produzione in proprio. Dieci pezzi pieni di ruggine, fumo e alcolici, con una produzione dignitosa e riff e refrain che scardinano porte e cancellate. Niente di nuovo, ma i ragzzi ci sanno fare e alla fine si suda e si salta. Cattivi e melodici al punto giusto. (Gianni Della Cioppa)
BURNING SAVIOURS
‘NYMPHES & WEAVERS’
(Transubstans/Black Widow)
Una band che darà emozioni a coloro che gravitano nella palude dell’hard rock dark degli anni ’70, pazzi e gloriosi nostalgici che si perdono tra riff tenebrosi e passaggi progressivi di gente dimenticata come Titus Groan, Zion e Power Of Zeus. Questi cinque svedesi, con due chitarre, ma anche flauto e tastiera, si muovono con disinvoltura in un suono antico che non conoscerà mai la vaste platee, ma che si incollerà al petto di chi dalle masse rifugge. Rock per menti lontane. (Gianni Della Cioppa)
VARIOUS
‘HIGHTONE RECORDS – ANTHOLOGY’
(Time-Life/Audioglobe)
Con un esplicito sottotitolo ‘Rockin’ From The Roots’, questa doppia antologia viene in aiuto di chi continua a scavare nelle radici del rock, convinto che si sia sempre del buono da ascoltare. La Hightone già nel 2006 aveva sfornato un box quadruplo con DVD allegato per raccontare la sua storia, il tutto viene ora sintetizzato in questo doppio con trenta brani, che spazia da Robert Cray Band a Joe Ely ai The Blasters passando per Tom Russell, Dick Dale e molti altri nomi, in un caleidoscopio di generi legati al folk e al blues, a testimoniare la passione e la versatilità della label, messa in piedi nel 1983 - “ Sarà un gioco”, dissero - da Bruce Bromberg and Larry Sloven. Un hobby riuscito bene direi. (Gianni Della Cioppa)
GRAND SLAM
‘GLASGOW KISS’
(Krescendo/Audioglobe)
All’indomani della rovinosa decisione di sciogliere i Thin Lizzy, Phil Lynott si è imbarcato in una carriera solista e nell’avventura Grand Slam, in compagnia di ottimi musicisti, ma niente che potesse sfiorare la grandezza della band che gli aveva regalato la notorietà. Lo dimostra anche questo live, registrato il 30 ottobre 1984 a Glasgow, che non certo per la registrazione precaria, appare una testimonianza dovuta ad un grande artista, più che un vero e proprio tassello di una discografia importante. Spiccano ‘Parisienne Walkwayes’ con un ispirato Lawrence Archer alla chitarra e una sempreverde ‘Whiter Shade Of Pale’, eseguita con calore e inventiva, che sfocia in ‘Like A Rolling Stones’. I fan, come me, non potranno comunque farne a meno. (Gianni Della Cioppa)
TIGERTAILZ
‘YOUNG AND CRAZY’
(Krescendo/Audioglobe)
Steevi Jaimz, il cantante di questo esordio dei Gallesi Tigertailz, datato 1987, lo potete trovare ancora in qualche club (Italia compresa), a cantare il glam metal che per qualche stagione gli ha regalato notorietà. Oggi invece è tempo di ristampe e così l’album citato rivede la luce, con un bel booklet, un suono più grosso e la bonus ‘I Want You To Want Me’. I fan del genere ne adorano, a ragione, la semplicità e l’immediatezza delle undici tracce, peccato però che all’epoca, tributarono un successo di classifica al successivo ‘Beserk’, dove a cantare era l’ex Rankelson, Kim Hooker, presente anche nei successivi ‘Banzai’ e ‘Wazbones’ e protagonista delle recente reunion, dove purtroppo manca il bassista Pepsi Tate, recentemente scomparso. (Gianni Della Cioppa)
GRAHAM BOND ORGANIZATION
‘I Met The Blues At Klook’s Kleer’
(Music Avenue/Audioglobe)
Il mio nome è Bond, Graham Bond!
Uno dei padri assoluti del rhythm’n’blues britannico, un innovatore illimitato, il primo musicista inglese a suonare l’organo Hammond e il mellotron, il primo ad usare l’amplificatore Leslie e a costruire una tastiera elettronica, uno scopritore di talenti musicali che solo a dire i nomi i nomi ci si genuflette (Ginger Baker, Jack Bruce, John McLaughlin…) , uno a cui si deve il lancio dei Cream e dei Colosseum. Questo e molto altro era Graham Bond, uno che in piena epoca beat, devastava locali e zittiva folle terrorizzate con un blues assassino scandito ad un ritmo selvaggio e devastante. Questo album dal vivo postumo, già edito due volte in passato e qui munito di un ottimo booklet, coglie i suoi Organization (con Baker, Bruce e il sassofonista killer Dick Heekstall- Smith) a pochi mesi dall’esordio, alle prese con un repertorio a base di classici blues, con rifacimenti, non sempre ortodossi (anche se ‘Spanish Blues’ e ‘Stormy Monday’ sono urlate e selvatiche come pochi all’epoca osavano fare), di Ray Charles, Willie Dixon e altri. L’atmosfera è rovente, anche se non coglie appieno quello che verrà negli anni successivi. (Gianni Della Cioppa)
BOX
Nel 1961 l’orfano Graham John Clifton Bond, nato a Romford nell’Essex, vive il suo primo attimo di celebrità, perché la rivista Melody maker, lo segnala come un’emergente del sax contralto del jazz inglese. Quando un anno dopo entra nella band di Alexis Korner, scopre il fermento della scena r’n’b e sarà folgorazione, infatti dopo pochi mesi decide di proseguire in proprio. Accoglie nella sua band, prima due emergenti di lusso come il bassista Jack Bruce e il batterista Ginger Baker, poi il sassofonista Dick Heckstall-Smith e soprattutto il giovane chitarrista John McLaughlin, che porta in dote uno stile rivoluzionario, anche se abbandona presto la band. Dopo alcuni concerti travolgenti e un tour con Chuck Berry, nel 1965 arriva il contratto con la Columbia, sotto la sigla Graham Bond Organization, che frutta due album, ‘The Sound Of ‘65’ e ‘There’s A Bond Between Us’, seminali per l’intera scena R&B del periodo, con Bond capace di reinventare materiale proprio e i classici del genere, con una furia inaudita per l’epoca. Nonostante il plauso della critica il consenso di pubblico non arriva e la band perde i pezzi. Bond allora si trasferisce negli Stati Uniti dove compone il materiale che finirà nei due album successivi, il ritorno in patria è una delusione e così riprende la via americana. Trascorre due anni di inattività, dove sposa la cantante di colore Diane Stewart, ma soprattutto si avvicina al mondo dell’occultismo, dichiarandosi figlio del satanista Aleister Crowley. Nel 1969 il tentativo di un rientro con un concerto alla Royal Albert Hall, si risolve in un fallimento. Forma così i Magick, con la moglie, realizzando due album a base di folk, progressive e astrologia. Nel 1972 Graham Bond, è un uomo distrutto da problemi di tossicodipendenza e sorretto dagli psicofarmaci, ma riesce a collaborare con il poeta Pete Brown per la realizzazione dell’album ‘Two Heads Are better Than One’, mentre affonda l’idea dei Magus, progettata con la cantante folk Carolanne Pegg. L’8 maggio 1974, a soli trentasette anni, viene travolto da un treno alla stazione di Finsbury Park, nella metrò di Londra. Aveva appena dichiarato alla stampa “Sto bene e sono pronto per rientrare”. (Gianni Della Cioppa)
HOMESTICK JAMES
‘SHAKE YOUR MONEY MAKER’
(Blue Label/Audioglobe)
In ginocchio davanti ad una leggenda!
Lo confesso. Album come questi mi commuovono. Al di là dei contenuti, assolutamente di valore; e vorrei ben vedere chi può smentirmi, visto che siamo al cospetto di uno che il blues l’ha vissuto, segnato sopra e sotto la pelle e scorticato nell’anima; ma quello che è fantastico è che questo album dal vivo, il buon Homestick James, nato a Somerville nel Tennessee il 30 aprile del 1910 (o 1908 o 1914??), l’ha registrato in Svizzera alla bellezza di 89 anni (gli altri conti fateli voi)! È qui che si coglie lo spirito assoluto di quello che è il rock e quindi prima ancora il blues, non c’è età, non c’è limite, c’è solo l’essenza di una passione che sgorga pura e irrefrenabile. È questo il blues, un esigenza fisica e morale che alimenta un fisico che dovrebbe essere spento e che invece salta, una voce che dovrebbe tacere e che invece nel classico ‘That’s Alright Mama’ miagola e graffia come nemmeno un ventenne. Un’esigenza che alimenta l’anima e che ti convince che dei tuoi idoli sbarbatelli di oggi, mentre Homestick James canta e suona, nemmeno ti ricordi il nome. Il nome appunto, infatti quello di Homestick James non è sicuro, si dice che potrebbe essere John William Henderson o John A. Williamsons. Alla richiesta di spiegazioni il buon Home ha risposto “Se suoni il blues, del tuo nome non importa a nessuno, chiedimi che chitarra uso piuttosto?”. Già Homestick, visto che sei ancora in tour, che chitarra usi? (Gianni Della Cioppa)
BOX
Uno stile disordinato, una metrica strumentale e vocale colma di idiomi, un chitarrista che ama la slide, che suona sonnolento e fiacco, ma che quando rilegge i classici del blues, li stravolge con il suo incedere anarchico . Questo e molto altro è Homestick James, figlio, apdre e nonno del blues. Come detto di questo bluesman non sono noti la data di nascita precisa né il nome. Inoltre si spaccia per essere il cugino di Ellmore James, uno che ha condiviso ed ereditato lo stile e la drammaticità del padre putativo del blues nero Robert Johnson (con Ellmore ha però suonato con certezza negli anni ’50). Insomma un bluesman a tutto tondo, cantastorie, bugiardo, donnaiolo, pieno di denaro oggi e debiti domani. La sua biografia ci consegna però alcune certezze, gli incontri con personaggi importanti come John Lee “Sonny Boy” Williamson e Charlie Pickett, lo convincono a perseguire la strada del blues a tutto tondo. Negli anni ’30 si trasferisce a Chicago e anche grazie all’aiuto di Memphis Minnie attraversa le corsie preferenziali dei grandi di quel periodo, entrando nella band di Johnny Temple. La cosa incredibile è che in tutto questo girovagare di esperienze, trova uno sbocco discografico solo nel 1952, come James Williamson And His Trio, materiale rimasto inedito fino agli anni ’90. Un anno dopo è la volta del singolo ‘Homestick Blues’, che rimane di fatto il suo successo più grande, tanto che gli consegna il soprannome di Homestick James, che porterà addosso per sempre. Artista legato al suono del Delta, Homestick deve la sua fama di grande interprete blues, per aver consegnato in diretta i mutamenti di quel suono alla gente nera, ma anche ai bianchi, che affollavano i festival dell’epoca, di cui lui era assiduo frequentatore, per intercessione di Sam Charters. Siamo tra gli anni ’50 e ’60 e già si parla di “blues revival” e il suo esordio a 33 giri ‘Blues On The Southside, 1964’ su Prestige, è uno spaccato di blues urbano, che traccia un solco preciso tra folclore e audace rilettura della tradizione. Anche se il fiore all’occhiello è il contributo all’antologia ‘Chicago/The Blues/Today’ su Vangurad nel 1965, curata addirittura da Willie Dixon. Nello stesso periodo incrementa la sua attività concertistica, sbarcando anche in Europa, che diventa una delle sue mete preferite. (Gianni Della Cioppa)
DIAMOND HEAD
‘WHAT’S IN YUR HEAD?’
(Cargo Records)
Stop alla nostalgia
Finalmente i Diamond Head si sono messi a fare le cose seriamente. Basta con la nostalgia e basta con l’immagine di icona perdente della NWOBHM senza futuro. Ecco invece, line up stabile, dischi con continuità, tour serrati ed una voglia di fare cose concrete, che si fa ammirare. Solo le copertine continuano ad essere orribili. Questo lavoro arriva due anni dopo ‘All Will Be Revealed’, in mezzo una fotografia live, sia CD che DVD, con i titoli rispettivamente di ‘It’s Electric’ e ‘To The Devil His Due’. Ed ora undici nuove canzoni in pieno stile DH, che suonano classiche e magnetiche, piene dell’eleganza che contraddistingue la scrittura del chitarrista Brian Tatler e trascinate dalla voce di Nick Tart, degno erede di una leggenda come Sean Harris. C’è classe, ma anche energia e i confronti con il passato reggono (‘Reign Supreme’, ‘THis Planet And Me’, la bellissima title track), perché i Diamond Head suonerebbero così a prescindere, riff corposi, ritornelli immediati ed un tocco di raffinatezza. Insomma i Diamond Head. (Gianni Della Cioppa)
DIAMOND HEAD: 3 DOMANDE
Questo nuovo lavoro vuole essere una risposta a chi pensava ad un vostro ritorno senza convinzione.
Credo che questa sia la line up più solida mai avuta dalla band, possiamo programmare tour per molti mesi avanti e per la prima volta sento che non si tratta di una cosa passeggera, legata agli umori del pubblico o della critica. Negli anni passato abbiamo avuto tanti complimenti, ma tutto sembrava solo guardare alla nostalgia, oggi finalmente mi sento proiettato al futuro. Ho un entusiasmo che avevo solo ai tempi degli esordi. E la band mi segue e trascina.
Il merito forse è anche di Nick Tart. Una bella responsabilità per lui sostituire un’icona come Sean Harris.
E l’ha fatto in modo magnifico non trovi? Ha una voce molto simile a Sean, ma ha un proprio stile e poi ha molta tenuta vocale incredibile e sul palco si muove con abilità. È riuscito a farsi accettare da tutti o quasi. Sai i nostalgici a prescindere ci sono sempre. E poi scrive dei bei testi, con armonie che si inseriscono bene nella struttura dei pezzi.
Una soddisfazione che ti piace raccontare.
Potrei dirti le solite, la stima di gente come Megadeth e Metallica, i complimenti ricevuti da Toni Iommi dei Black Sabbath, ma voglio raccontarti di una recensione ricevuta nel tour inglese dello scorso anno, era molto positiva e pensavamo che l’avesse scritta uno della vecchia guardia, poi abbiamo scoperto che si trattava di un ragazzo giovane, che non conosceva nemmeno bene la storia della band e quindi ci aveva giudicati solo per quello che siamo oggi, senza confronti e pregiudizi. Questo episodio ci ha dato molto fiducia. (Gianni Della Cioppa)
HANOI ROCKS
‘STREET POETRY’
(Demolition/Frontiers)
Fate largo, passano
Non succede spesso, ma ci sono band che fanno dischi migliori oggi, rispetto ai tempi della gloria e delle copertine. Ora non voglio raccontarvi che gli Hanoi Rocks cinquantenni in fatto di energia e idee, superino quelli della nostra e loro giovinezza, ma insomma davanti ad un album del calibro di ‘Strett Poetry’, posso solo genuflettermi e sperare che l’amalgama magico che tiene in piedi Michael Monroe e Andy McCoy, resista ancora a lungo. In queste tredici nuove canzoni c’è tanta voglia di vivere e buon rock, che intere legioni di nuovi adepti dovrebbero studiarlo nota per nota, per sfiorare la grandezza del combo di Helsinki. Gli Hanoi Rocks sono degli autentici sopravvissuti, passati tra mille avventure e tutto questo traspare nelle loro canzoni, da ‘Hypermobile’ a ‘Fashion’, ‘Power Of Persuasion’, ‘Teenage Revolution’, ‘Powertrip’, la title track, ‘Tootin’ Star’, che raccontano sogni, incubi e speranze di chi il rock ce l’ha impresso sulla pelle. Il CD offre anche una bonus, l’ottima ‘Trouble Boys’ e ben tre video. Non amarli è impossibile. (Gianni Della Cioppa)
HANOI ROCKS: 3 DOMANDE
Mi sorprende la qualità, sempre elevata, della vostra discografia. Siete tornati da qualche anno, ma non certo per routine.
Il motivo è molto semplice, nel periodo che gli Hanoi Rocks si sono presi una pausa, nessuno di noi, nonostante varie disavventure personali, è mai stato con le mani in mano. Abbiamo continuato a pubblicare dischi, a suonare, da soli o con altre band, quindi quando abbiamo preso la decisione di tornare on the road, era una cosa vera, non misera nostalgia o perché non sapevano come passare il tempo. Per rimettere in piedi il gruppo, abbiamo dovuto rivedere contratti, liquidare musicisti, cercarne altri, assumere un manager serio. Tutte cose che hanno richiesto energia. Questo per dire che volevamo fortemente gli Hanoi Rocks.
Vi siete sempre battuti per non essere inseriti nel filone street metal, ma forse vi troverete sempre tra i piedi questa definizione.
Non credo, comunque queste cose ci davano fastidio negli anni ’80, perché noi non ci siamo mai sentiti metal. Nessuno può descriverci come una band metal, nemmeno alla lontana. Noi siamo una band di r’n’r, i nostri suoni li trovi nei Rolling Stones, in tanto rhythm’n’blues, sono queste le cose che ci hanno spinto a suonare. Le chitarre non hanno il distorsore, abbiamo il sax, una voce che è ha una tradizione di blues singer nelle tonalità. Noi siamo “street”, ma poeti della strada, niente altro. Lo diciamo anche in un pezzo del CD, ‘This One’s For Rock’n’Roll’.
Soddisfazioni e rimpianti. Chi vince?
Se mi fermo a riflettere, dovrei dire che credo che avremmo meritato più successo, la stima della stampa non è mai mancata davvero. Ma poi penso a quanti grandi band ho visto scomparire in tutti questi anni e allora mi guardo allo specchio e dico che siamo stati fortunati. Siamo ancora qui a fare esattamente quello che abbiamo sempre sognato. Salire su un palco e suonare rock’n’roll. E non credo che ci faremo da parte presto. (Gianni Della Cioppa)
CROSBY LOGGINS AMD THE LIGHT
‘WE ALL GO HOME’
(Provogue/Edel)
American songbook
Se sei il figlio di Kenny Loggins (ricordate il duo Loggins & Messina?), e sei cresciuto a Santa Barbara in California, con Jackson Browne e Graham Nash che girano per casa, mentre giochi agli indiani, non deve sorprendere se a poco più di venti anni, pubblichi un album di esordio che pare avere le stimmate della bellezza. ‘We All Go Home’, dodici canzoni che raccontano il suono americano, meglio di qualsiasi antologia di mille artisti, perché Crosby Loggins quel suono lo porta dentro, nel Dna che si muove a base di country, blues, pop, vaudeville, rock, con un violino che si agita dolce e intenso, su ricami che assumono le dimensioni di grandi canzoni. Stranamente intorno a questo nome, almeno in Europa, non si è sollevato il giusto interesse mediatico. Speriamo che l’indifferenza sia solo un fatto momentaneo, perché ‘Good Enough’, ‘Rocks Into Sand’, ‘Man In The Middle’, ‘Here She Comes’, la magnifica chiusura di ‘Same Old Song’ e tutti gli altri brani, dimostrano che Crosby Loggins è un talento che non deve passare inosservato. (Gianni Della Cioppa)
CROSBY LOGGINS: 3 DOMANDE
Inserire nella copertina anche il nome della band che ti accompagna, dimostra tutta la tua umiltà. Ma quanto sono importanti i musicisti che dividono con te questo esordio?
Dividere non è la parola esatta, perché la band ed io siamo un’unica cosa, quindi mi è sembrato normale trovargli il giusto posto nella copertina. Si tratta di professionisti di altissimo livello, con i quali condivido questo mio percorso. Gente di una tale levatura che sarebbe stato assurdo non far conoscere, hanno suonato con il meglio della musica mondiale, se leggi le loro referenze sono incredibili. La verità è che sono io quello fuori posto.
So di essere banale, ma quanto è stato importante tuo padre per il tuo approccio alla musica?
Ovviamente moltissimo, ma solo perché grazie alla sua professione, la musica ha fatto parte della mia vita sin da bambino. I suoi amici erano musicisti, la musica era al centro di ogni discorso, si ascoltavano dischi a qualsiasi ora; lo vedevo suonare, cantare, era impossibile non rimanere affascinati da questo mondo. Ma lo ringrazio di non aver mai influito sulle sue mie scelte e se ci pensi non è una cosa di poco conto.
Il tuo sito è molto bello e dimostra che sei al passo con la tecnologia, ma la tua musica ha un tocco antico. Come riesci a far convivere queste due anime?
In realtà non sono molto diverso dai miei coetanei, la tecnologia fa parte della mia giornata, in ogni momento. Ma quando si tratta di musica, il mio cuore batte per le cose semplici, praticamente scrivo canzoni da quando sono bambino ed ho sempre cercato la semplicità, delle belle melodie, una voce piena di sentimento. Mi piacciono i Wilco e i Flaming Lips, ma gli Steely Dan sono inarrivabili. (Gianni Della Cioppa)
RECENSIONI DVD
BLACK SABBATH
‘UP CLOSE AND PERSONAL’
(Storm Bird/Audioglobe)
Storm Bird è l’ennesimo marchio legato alla medesima casa di produzione che sta pubblicando DVD legali, ma non ufficiali da qualche anno. Il risulto alcune volte è discutibile, ma fortunatamente non in questo caso, in quanto l’opera di taglia e incolla legata ai Black Sabbath è stata gestita con cura e qualità e non manca il solito libro, in inglese, ma ricco di belle foto, che privilegiano Ozzy. E ci si ricavano anche un’intervista con Glenn Hughes, che racconta il suo breve passaggio nella band e a Neil Murray, anche lui della combriccola nel periodo di Tony Martin alla voce. Veramente interessante il DVD, con Steve Rosen che passa al settaccio i musicisti, tra i quali il più loquace è, stranamente, Tony Iommi, che ci racconta della sua passione per il jazz, dell’infortunio da ragazzo che lo stava allontanando dalla musica e di come rimediò inventandosi un metodo tutto personale per suonare la chitarra e tante altre curiosità. Ronnie James Dio rievoca l’odio che sentiva addossa dai fans di Ozzy, mentre quest’ultimo, con il suo solito fare dislessico esprime i soliti concetti sospesi. Ma sono davvero tante le curiosità da estrapolare dalla visione di questo DVD. Ovviamente in questo tipo di prodotti, la musica è una questione secondaria, con video mozzati e raramente di qualità. (Gianni Della Cioppa)
RAINBOW
‘UP CLOSE AND PERSONAL’
(Storm Bird/Audioglobe)
Non c’è dubbio che tra tante recenti pubblicazioni biografiche in DVD questa collana, intitolata ‘Up Close And Personal’, sia la più interessante, sia per come è strutturata, interviste recenti a musicisti della band e ripescaggi di conversazioni d’annata e sia per la completezza dell’analisi della carriera. Poco aggiungono il libro allegato con storia e foto e i filmati musicali del dischetto, che pure propongono, di tanto in tanto, qualche gemma non così sfruttata. In questo caso il percorso dei Rainbow viene affrontato dagli esordi e si scoprono particolari non sempre alla luce del sole ed è divertente ascoltare i commenti di un David Coverdale inacidito che offende Ronnie James Dio e i suoi testi epici. Se il bassista Bob Daisley è il più ironico, Graham Bonnet, Joe Lynn Turner e Doogie White (delegato a raccogliere i nastri delle prove), i tre cantanti post-Dio, raccontano pure le loro audizioni e di come siano usciti dal gruppo e ci si accorge che nel carrozzone del r’n’r non vi sono certezze e di come le relazioni siano labili, con i leader che possono fare e disfare tutto. Racconta White “Non so perché non ero più nella band, dovresti chiederlo a Richie. Forse non gli piaceva più la mia voce scozzese”. (Gianni Della Cioppa)
TIMORIA
‘1985/1995’
(Universal)
Sono grato ai Timoria, hanno dato dignità e coraggio al rock IN italiano, semmai una definizione simile possa avere un significato. Omar Pedrini, che pur se leggermente imborghesito rimane un signor rocker, aveva messo in piedi un’autentica corazzata, la sua abilità compositiva, un trio di musicisti notevoli e un talento come Francesco Renga. Soprattutto se consideriamo che erano una vera rock band, ovvero perennemente in tour. Dopo una partenza bella, ma forse troppo raffinata, ha preso il sopravvento la verve rock del leader e sono venute fuori fiamme e scintille, con album intensi, pieni di energia, alcune volte confusi, ma mai banali e belle, e diamo pure bellissime, canzoni, anche se altrove si legge il contrario (ma vuoi mettere i pipparoli indie?). Questo DVD è la versione ampliata della videocassetta pubblicata nel 1996 e racconta, con ben sedici video dal vivo (più il clip di ‘Milano, non è l’America’), alcuni fantastici e veramente incazzati, la storia dei Timoria, cogliendo anche le sfumature, con momenti di cammino, divertimento, energia e noia. Vedere ‘Atti Osceni’, il set acustico che comprende anche ‘Senza Vento’, la durezza di ‘Lasciami In Down’, per farsi un’idea. Come extra cinque brani, imperfetti, ma selvaggi come sempre dovrebbe essere il rock, colti nei tour del 1994 e 1995. Per me, imperdibile. (Gianni Della Cioppa)
LIVING COLOUR
‘ON STAGE AT WORLD CAFE LIVE’
(Inakustic)
Absolute genius!
Hanno rivoluzionato il mondo del rock, ma dei Living Colour, black rocker con tre attributi a testa, capaci di fondere l’heavy metal con il funky più ruvido e soul e jazz e blues e avanti tutta; non si ricorda quasi più nessuno. Eppure loro sono tornati qualche anno fa, con la chitarra sempre più geniale di Vernon Reid e la voce, ancora invalicabile di Corey Glover (per non parlare del basso di Doug Wimbish e della batteria di Will Calhoun), sono però stati relegati ad un panorama di retrovia. Costretti a lasciare le balconate a gruppetti insulsi e insignificanti, pieni di bei faccini e di chitarre finto distorte. Questa le legge del nuovo millennio. Questo DVD, quasi semi clandestino, solo settanta minuti dal vivo, filmati recentemente, non rende giustizia ad una delle più grandi rock band di tutti i tempi, ma almeno ce li presenta in forma e conferma che hanno un repertorio che il tempo non ha scalfito (da ‘Glamour Boys’ a ‘Cult Of Personality’ a ‘Ignorance Is Bliss’). Semplici, ma coinvolgenti le riprese, buono l’audio. Nei bonus alcune interessanti interviste ed una carrellata di artisti che hanno suonato in questo piccolo tempio della musica che è il World Cafe di New York. (Gianni Della Cioppa)
Y & T
‘LIVE – ONE HOT NIGHT’
(EMS/Locomotive)
Tra i più grandi di sempre!
Band come gli Y & T, non ne nasceranno più. Il rock da classifica come sempre dovrebbe essere, energia e melodia allo stato brado. Y & T, capaci di reggere trentacinque anni, senza mai ansia da prestazione, sia che fossero destinati ai vertici delle classifiche – diciamo metà anni ’80 – e sia che vivano per uno zoccolo di fedelissimi. Ed è proprio a questi inossidabili, almeno quanto loro, fan, che gli Y & T, destinano questo DVD (accompagnato da quasi analogo CD), frutto di un concerto memorabile olandese dello scorso ottobre. Lo show, con qualche piccola variante, è quello che hanno portato in giro per il mondo, Italia compresa. Una carrellata commovente di classici, eseguita con forza, intensità, con la voce di Dave Meniketti che impressiona per vigoria e con l’animalesco Phil Kennemore che tuona con il suo basso portentoso e dietro una band impeccabile. La partenza è il blues, e Dave suona la chitarra come un semidio, degno di Neal Schon e Gary Moore e poi c’è il rock, che sa trasformarsi in hard, senza mai tracimare nel pacchiano. Riprese magnifiche, audio super, venti brani da brividi e un’ora di extra tra backstage, prove e filmati amatoriali. Imperdibile! (Gianni Della Cioppa)
BON JOVI
‘MUSIC IN REVIEW’
(Ragnarock/Audioglobe)
Non mancano le critiche
Un’ora in compagnia di Jon Bon Jovi e della sua band, per non scovare quasi niente di inedito, bensì per vedere una bella sequenza di video non sfruttati, alcuni estratti da trasmissioni televisive, ma soprattutto per constatare che si può fare un video di questo tipo, senza adulazione – e lo dimostrano le critiche pungenti del giornalista di Mojo Phil Sutcliff - da prospettive diverse – ce le mostra il bodyguard delle rockstar Michale Francis (che ha protetto Jon per sei anni) – e da un’angolazione tecnica – grazie al musicista e produttore Les Davidson, con tanto di dimostrazioni didattiche. Per i complimenti meritati ci pensa il Mick Wall biografo, che ci svela anche un quasi scioglimento all’indomani dell’esordio solista di Jon nel 1991, con la band messa in un angolo dal grunge e dalle pressioni dei discografici. Bella anche l’analisi dell’importanza dei collaboratori esterni, soprattutto del compositore Desmond Child e del produttore Bruce Fairbairn. (Gianni Della Cioppa)
ELVIS PRESLEY
‘VIDEOBIOGRAPHY’ (Ragnarock/Audioglobe)
‘UP CLOSE AND PERSONAL’ (StormBird/Audioglobe)
‘TRANSMISSIONS’ (Storming/Audioglobe)
Il re in varie versioni
I primi due titoli sono eleganti box con DVD e libro (testo in inglese di 48 e 72 pagine, ricchi di foto, che si ripetono in alcuni casi). In entrambi i casi ci sono video musicali non integrali e interviste sottotitolate, ma ‘Videobiography’ (che è un doppio), ha una marcia in più, le interviste sono anche nel testo e per questioni di spazio offre maggior materiale. Il pregio di ‘UCNP’ è che racconta la storie di molte canzoni, con una discografia minuziosa fino al 1964, per poi volare al capitolo finale ‘Moody Blue’ del 1977 (?!). ‘Transmissions’ propone alcune cose simili, ma solo in versione audio, più sei tracce video per computer. I DVD sono davvero interessanti, ricchi di testimonianze d’epoca, passaggi radiofonici dell’Elvis d’annata, quando ancora non era “The king”. Dai primi passi con le famose Sun session di Sam Phillips, fino al successo planetario e oltre. Molto, molto interessanti davvero questi due DVD, capaci di rivelare anche il volto, opps alcuni dei volti, meno conosciuti di Elvis The Pelvis, soprattutto artistici, con tanto di rivelazioni sulla scelte delle canzoni e degli arrangiamenti vocali, senza trascurare implicazioni sociali e religiose che seguirono al suo successo. (Gianni Della Cioppa)
MAGNUM
‘LIVE’
(Ragnarock/Audioglobe)
BLACK SABBATH / GENESIS / LED ZEPPELIN / METALLICA
‘UP CLOSE AND PERSONAL’
(Storm Bird/Audioglobe)
Il taglia e cuci del rock!
Dei Magnum esistono davvero diversi filmati, ma siamo comunque lieti di raccontarvi di questo dischetto che, con buone immagini, ci presenta la scaletta del concerto a Birminham del 22 dicembre 1992, con alcuni classici commoventi, ‘On a Storyteller’s Night’ e ‘One Sacred Hour’ su tutti, con tanto di auguri natalizi e di buon anno finali. La grafica del libro è la stessa del CD ‘ Transmissions’, ma modellata sul formato DVD, il che è quasi imbarazzante da spiegare. La collana ‘Up Close’ ci offre altri quattro titoli, ben confezionati, con libri con buone foto e interviste, un loquace Ray Wilson nei Genesis (mentre nei Led Zeppelin c’è la discografia commentata canzone per canzone) e in generale musicisti, giornalisti e addetti ai lavori vari. Come sempre spezzoni di filmato, in teoria molto interessanti, accompagnato le interviste video, che raccontano, con sequenza quasi sempre temporale e fortunatamente sottotitolate, la storia della gruppo in questione. Si guardano, si ascoltano, non dispiacciono, ma c’è poco da fare, è materiale per fan. (Gianni Della Cioppa)
DEEP PURPLE
‘IN THEIR WORDS’
(EdgeHill/Audioglobe)
Da Mark I e Mark IV senza segreti
Sono due i motivi di alto interesse di questo DVD, uno è l’intervista a Nick Simper, il primo bassista del gruppo, che racconta il successo americano degli esordi e come venne cacciato dai Deep Purple, in coppia con il cantante Rod Evans, l’altro sono gli interventi di Glenn Hughes. Entrambi raccontano i fatti di allora, ma con lo stato d’animo lucido di oggi e non mancano curiosità e rivelazioni. Una volta tanto non ci sono giornalisti che infarciscono di banalità i resoconti, ma la storia del gruppo, come dice il titolo, arriva direttamente dalla voce dei protagonisti. Molto belle anche le interviste dell’epoca, ai vari Ritchie Blackmore (che dice a Gillan “Farò di tutto per oscurarti”, risposta “Ed io altrettanto”.), Jon Lord, David Coverdale e Ian Paice, dove si evince che essere delle star del rock, non è poi così semplice. Il denaro e la fama accecano anche i cuori più nobili, figuriamoci poi se ti chiami Blackmore. Brevi i filmati dal vivo, ma davvero non se ne sente la mancanza. Nel libro interviste, una discografia divisa tra studio e live e le varie line up suddivise fino all’attuale Mark VIII. Non il solito DVD dei Deep Purple. (Gianni Della Cioppa)
JOHNNY CASH
‘MUSIC IN REVIEW’
(Ragnarock/Audioglobe)
Il comunicatore nero
“Quando mi guardo dentro vedo molta oscurità. E nelle mie canzoni canto di questa oscurità”. Così si presenta Johnny Cash in questo DVD che vale la pena avere, sia perché l’archivio con commenti in italiano di Cash è povero e sia perché questo è anche un viaggio tra i sentieri del primo rock americano degli anni ’50, con i primi passi della Sun Records di Sam Phillips, un tipo che aveva intuito il talento di gente comeHowlin’ Wolf, Jerry Lewis, Carl Perkins, Roy Orbison, Cash appunto e, per gradire, Elvis Presley. Un piccolo studio, un grande produttore che da solo cambiò la cultura, non solo musicale, dell’America di quegli anni. Il DVD racconta, attraverso le voci di giornalisti, tecnici e musicisti, il Cash pubblico e privato e tante curiosità tecniche, con qualche gossip, ma non manca la parte del business, fastidioso, ma presente ovunque. Interessanti i frammenti video di alterna qualità, mentre il libro propone una storia di Cash. Già Johnny Cash, una leggenda è dire poco. (Gianni Della Cioppa)
GUNS N’ROSES
‘ON FILM’
(Edgehill/Audioglobe)
Rock star, nonostante tutto
Due DVD in una confezione semplice, per raccontare la storia della più rozza rock’n’roll band degli ultimi decenni, con noti giornalisti che si incaricano di questo compito e in mezzo frammenti dal vivo, in alcuni casi molto interessanti, come quando li vediamo sul palco del Live MTV nel 1988, in compagnia degli Aerosmith, cantare ‘Mama Kin’ e, naturalmente, Steven Tyler distruggere Axl Rose. Quello che emerge prepotentemente dai racconti è che all’epoca la sensazione era che i Guns N’Roses fossero realmente dei “bad boys”, pieni di collera ed energia, incapaci di controllare ogni tipo di reazione emotiva, drogati marci e rissosi incalliti. La musica sembra essere solo un percorso per veicolare tutta questa rabbia. Interessante il racconto di quando di Total Caos Magazine ascoltando, nel 1986, i demo del gruppo, aveva intuito subito che era davanti a qualcosa di grande. Tutti concordano nel dire che l’errore del gruppo è stato quello di cercare la maturità con il doppio percorso di ‘Use Your Illusions’, una grandeur fuori posto per una band che voleva essere solo “rock & devolution”. Nel secondo DVD ci sono pezzi dal vivo interi (anche ottime cover) e un’intervista, disturbata da effetti radio, a Gilby Clarke, che di quel manipolo di pazzi, fu chitarrista dal 1991 alla fine. Una cosa che ho apprezzato? Axl rose con la t-shirt dei Thin Lizzy! Ma scusate, ‘Democratic City’ dov’è finito? (Gianni Della Cioppa)
BOB DYLAN
‘LIVE TRANSMISSIONS’
(Edgehill/AUdio globe)
Hurricane
L’artista che ha centri di studi dedicati alla sua poetica e alla sua musica, l’artista che ha dato una nobiltà alla definizione di cantautore, l’artista rock, unico nella storia, che ha vinto il premio Pulitzer alla carriera, è anche quello che ha un ventaglio di produzioni in DVD da far impallidire un attore di fama. Basti pensare a ‘No Direction Honme’ di Martin Scorsese, ‘Don’t Look Back’ di D..A, Pannebaker o al recente ‘I’m Not Here’ di Todd Haynes , capiamo perché pochi musicisti hanno dato vita ad un desiderio di spiegare, informare ed allo stesso tempo capire, cosa ci sia dietro tanta grandezza. Perché in fondo la voce di bob Dylan è tutto, ma non bella, le sue canzoni sono spesso semplici e rispettose delle metriche, girano su accordi che abbiamo già ascoltato mille volte, ma… sono irresistibili. Questo cofanetto, venduto ad un prezzo ragionevole, propone tre DVD, interamente dal vivo, con due e mezzo di musica, filmata bene e meno bene, in situazioni diversi, ma che riguarda esibizioni degli ultimi anni (diciamo 10-15), in un rimbalzare di classici e non. Ed è proprio questa la pecca dei DVD, l’assoluta mancanza di informazioni, infatti ci sono molti duetti, collaborazioni varie e esibizioni televisive, che avrebbero meritato i giusti dettagli. In ogni caso, se siete fan, merita davvero. (Gianni Della Cioppa)
GENESIS
‘TURNING IT ON AGAIN’
(Storm Bird /Audioglobe)
Ray Wilson speaks for you
Un cofanetto con ben 3 DVD che racconta la storia dei Genesis, attraverso le voci dei protagonisti, con testimonianze recenti e di archivio di Phil Collins, Steve Hackett, Tony Banks e Michael Ruthford e il cantante Ray “una volta nella vita” Wilson, a fare da filo conduttore e tanti, ma davvero tanti giornalisti espertissimi a sommergerci di considerazioni ed entusiasmo. Si perché qui la critica è apertamente schierata a favore della band e del prog in generale, senza se, ma o giustificazioni. Il primo DVD è sicuramente il più affascinante, perché esplora, non senza dovizia di curiosità, il primo periodo, dagli esordi all’abbandono di Peter Gabriel, con ampio spazio al primo album. Segue il disco “The Collins Era”, che esamina ovviamente gli anni post-Gabriel, con il passaggio al pop elegante e di successo degli anni ’80, dove Chris Welch (autore di “Complete Guide To The Music Of Genesis”), che ci svela alcune chicche. Chiude il trittico “The Wilson Era”, (che analizza anche “Duke”), dalla lunghezza un po’ forzata, ma dove è lo stesso cantante a svelare gli antefatti e i post fatti del suo “Calling All Stations”. Gradevoli anche i filmati video, ma privare questa opera di sottotitoli è un autogol clamoroso, soprattutto considerando la fama della band in Italia. (Gianni Della Cioppa)
BLACK SABBATH
‘MASTERS OF REALITY’
(Storm Bird/Audioglobe)
Men from the dark
Le vicende dei Black Sabbath non si possono certo sintetizzare in un DVD e nemmeno in tre a ben vedere, ma la Storm Bird, fa comunque un ottimo lavoro con questo cofanetto, che suddivide il percorso della band di Birmingham in tre periodi, quello degli esordi, la parte centrale, che arriva fino all’abbandono di Ozzy Osbourne e infine la narrazione dell’avvento di Ronnie James Dio, il periodo incerto con Glenn Hughes e la rinnovata stabilità di Tony Martin. Insomma dagli esordi a nome Polka Tulk, alle reunion estemporanee, per rimpinguare il conto in banca. Molti dei filmati, ovviamente monchi, e delle interviste (ai vari Neil Murray, Doogie White, Tommy Vance e altri ancora), le abbiamo viste in differenti DVD e qui sono montate per l’occasione. Il meglio è firmato Ozzy Osbourne, con un’intervista del 2006, che abbraccia l’intera storia, dove si arguisce che la normalità non fa parte del suo bagaglio umano né professionale. Zero sottotitoli. (Gianni Della Cioppa)
MARC BOLAN & T.REX
‘METAL GURU’
(Ragnarock/Audioglobe)
Only for fan
Forse per spiegare perché, a distanza di tre decenni dalla morte, Marc Bolan sia ancora oggetto di idolatria e fanatismo, potrebbe bastare questo episodio. Casa di un amico, stanza piena di gigantografie di musicisti rock, mia figlia, undici anni, del tutto inconsapevole di chi siano tutti quei personaggi appesi al muro, quasi come rapita, ne indica uno solo e dice “Papà, chi è quello?”. Il quello in questione è Marc Bolan, il cigno bianco. L’eleganza fatta rock. Questo box, come recente moda vuole, composto di 3 DVD, racconta; con una fitta ragnatela di testimonianze, tra le quali spiccano quelle di Tony Visconti (il produttore dei grandi successi) e del compagno d’avventura del nostro, Bill Legend; il narrabile della vita e oltre di Bolan. Tanti gli interventi critici (infatti il secondo titolo del box è ‘Inside Story, With Bill Legend e Paul Fenton’), a completare il tutto. La qualità degli spezzoni dei video è a fasi alterne, ma le interviste, seppur prive di sottotitoli e alcune volte impastate, sanno regalare bel oltre la retorica. Considerando l’abbondanza di materiale targato Marc Bolan, lo suggeriamo solo ai fan dalla fede incrollabile. (Gianni Della Cioppa)
THE CLASH
‘TORY CRIMES AND OTHER TALES’
(Ragnarock/Audioglobe)
La spia
La storia raccontata in prima linea da chi c’era. Ecco come si presentano questi 2 DVD, confezionati in un box, che documentano vizi e virtù dei popolar punk The Clash, visti dagli occhi/orecchie/mente di Tory Crimes, il primo batterista della band, sostituito all’indomani della pubblicazione del leggendario esordio ‘The Clash’ e che si posizionerà nei generation X di Billy Idol. Nel primo ‘The Punk Era’, Tory “Terry Chimes” esplora il periodo delle cantine, dei sogni e della rivoluzione in rock, con lui che picchiava dietro i tamburi, mentre nel secondo ‘Bored With Usa’, si spinge oltre e racconta, con occhio misto fan/critico, il periodo successivo, ma senza varcare la soglia dei primissimi anni ’80. A dare man forte a Tory, tanti critici, ma anche Mick Gallagher, il tastierista per i tour dei The Clash dal momento dell’uscita di ‘London Calling’, alla fine del 1979 e il regista Don Letts. Finalmente vale la pena ascoltare anche i retroscena dei testi, altrove marginali, ma qui importanti. Belli i filmati, pieni di fumo e imperfezioni, che si possono solo adorare. (Gianni Della Cioppa)
MŐTLEY CRȔE
‘BROADCAST LIVE’
(Storm Bird/Audioglobe)
Zozzi e tossici
Questo live, filmato all’US Festival del 1983, fotografa l’attimo immediatamente precedente al successo planetario, quando negli occhi della truppa di Nixxi Sixx brillava ancora lo scintillio della sorpresa, quel luccicore che si legge sempre nello sguardo di giovani band, che vedono che qualcosa di grande sta succedendo e si scontrano i sentimenti di stupore e di paura che tutto possa scomparire in un attimo. Nove canzoni per convincere l’America e poi il mondo, che i Mötley Crüe erano il futuro del glam metal. Anni straordinari che la band americana, tra droghe, eccessi e femmine, ha interpretato al meglio. ‘Take Me To The Top’, ‘Looks That Kill’, ‘ Live Wire’, ci sono tutti i pezzi cardine dei primi due album, filmati dignitosamente, con un audio ballerino, ma che non disturba. Ascoltiamo una band immatura, ma solida, con un Vince Neil che mostra tutti i suoi limiti ed incapace di convincere, nonostante un caldo infernale, le fan a mostrare le tette, durante ‘Knock ‘Em Dead’. Impresa sicuramente riuscita nel backstage! (Gianni Della Cioppa)
AC/DC
‘ROCK CASE STUDIES’
(Edgehill/Audioglobe)
A corrente alternata
Un libro di cinquanta pagine scritto da Jeff Perkins, ma soprattutto due DVD sottotitolati, per raccontare, con una buone dose di aneddoti e particolari, la storia di un’autentica istituzione del rock, gli australiani AC/DC. Il primo dischetto ci narra l’epoca con Bon Scott, con tutta l’audacia e l’incoscienza, ma anche lo stupore del successo che sta per decollare. E così tra gli interventi di Pete Way degli UFO (con cui aveva diviso un tour) e vari giornalisti, compreso l’esperto in materia Chris George, ci scappano pure dei rari filmati, compreso le apparizioni televisive alla BBC nel 1976 al “So It Goes” con ‘Let There be Rock’ e ‘Whola Lotta Rosie’ e due anni dopo al “Rock Goes To College” con ‘Jailbreal’, e non mancano rari live anche del 1974 e una ‘Touch To Much’ pescata al “Top f the Pops” del 1980. Meno spettacolare il secondo disco con vari brani dal vivo in Giappone nel 1981, ma ugualmente le rivelazioni che ci fanno i vari giornalisti, alcune anche piccanti. (Gianni Della Cioppa)
ELTON JOHN
‘ROCK CASE STUDIES’
(Edgehill/Audioglobe)
Piano man
“Il mondo del rock è bello perché anche uno come me può diventare una star”. Firmato Reginald Kenneth Dwight, più conosciuto come Elton John. O meglio, Sir Elton John. E che bellezza questa confezione, un libro di oltre settanta pagine, qualche bella foto, ma tanto scritto, tutto firmato da Stuart Eppo, uno che Elton John lo conosce bene, per averci lavoro insieme, come assistente di studio e ingegnere del suono dal vivo. Stuart ci porta nel mondo del bizzarro Elton, dalla porta principale, partendo dagli esordi, con dovizia di particolari, legati anche ai musicisti della band. Il DVD, sottotitolato solo in tedesco e francese, è narrato da Ray Williams e Geoffry Ellis, il primo fu il manager che guidò Elton alla conquista dell’America. Anche qui non mancano le curiosità e peccato per i filmati sempre monchi, perché alcuni avrebbero meritato la visione completa. La Connie Francis citata in copertina dal nostro, è Concetta Rosa Maria Franconero, cantante americana di origini italiane, dedita alla melodia classica, con due apparizioni anche al festival di San Remo negli anni ‘60. (Gianni Della Cioppa)
BRUCE SPRINGTEEN
TOM PETTY AND THE HEARTBREAKERS
‘LIVE ON AIR’
(Ragnarock/Audioglobe)
Brothers in peace
Contemporanei e occasionalmente compagni di avventure, mettiamo sotto lo stesso tetto questi due grandi rocker americani, legati dall’amore per la propria patria, ma anche critici verso la stessa, se i fatti – spesso – lo richiedono. Ed anche musicalmente le analogie non mancano, infatti entrambi sono stati capaci di sviluppare un rock energico, partendo dalla radici, ovvero country e blues. Il DVD del Boss parte molto bene con alcuni brani con immagini nitide e ottimo audio, dopo la qualità scema, ma senza mai perdere di interesse. Si tratta di rare apparizione televisive, elettriche e acustiche (databili ai primi anni ’90), dove spesso traspare solo la voglia di divertirsi. Commovente ‘Angel Eyes’ eseguita al Frank Sinatra Birthday Tribute, davanti a “the voice”. Per il biondo Tom Petty l’operazione è quasi analoga, frammenti da Tv show e molti brani in concerto. In totale vengono sciorinati ben diciassette canzoni, con qualità audio/video alterna, tra cui i classici ‘Refugee’, ‘American Girl’ e ‘Free Fallin’ e una tosta ‘Licensed To Kill’ di Dylan, mentre ‘I Need To Know’ arriva dalla gioventù di Petty ed è un gran bel sentire. Peccato per l’immagine ristretta al centro dello schermo. (Gianni Della Cioppa)
DAVID BOWIE
‘MUSIC IN REVIEW’
(Ragnarock/Audioglobe)
‘UP CLOSE AND PERSONAL’
(Storm Bird/Audioglobe)
Il duca bianco nudo
Tutti d’accordo, giornalisti e musicisti del passato, nel dire che David Bowie è in assoluto uno dei più grandi ed influenti musicisti della storia del rock. In particolare l’esperto Malcom Dome, dell’inglese “Total Rock Radio”, pone l’accento sulle qualità di interprete dal vivo di Bowie, trasformista, attore e cantante di qualità eccezionali. Se la stampa cerca di spiegare il fenomeno Bowie, con fare quasi didattico, le cose più interessanti in ‘Music In Review’ le raccontano Trevor Bolder e Woody Woodmansey, che con il duca bianco hanno suonato negli Spiders From Mars, proprio nel periodo, primi ’70, analizzato dal Dvd in questione. Nel libro un’interessante intervista a Angie, la prima moglie di Bowie. Molto interessante il libro di ‘UCAP’ con una discografia “track by track” dell’intera discografia del nostro. Nel DVD (un unico lungo capitolo) le interviste spesso replicano le stesse di ‘MIR’, interessante quella di Angie Bowie. In entrambi i dischetti i filmati musicali sono messi in secondo piano, inoltre mancano i sottotitoli, ch rendono problematica la comprensione anche a chi mastica un po’ di inglese. Valeva la pena sintetizzare tutto in un unico prodotto. (Gianni Della Cioppa)
ROLLING STONES
‘IN PERFORMANCE’
(Storm Bird/Audioglobe)
Superfluo
In queste settimane, nelle sale cinematografiche viene proiettata una pellicola firmata dal grande Martin Scorsese, il catalogo dei DVD è uno dei più forniti al mondo, mi spiegate a chi può interessare l’ennesimo dischetto collage che racconta i Rolling Stones con informazioni che potete trovare in qualsiasi articolo? Credo che questo ‘In Performance’ sia del tutto inutile ed in generale si sta esagerando con l’infoltimento a pieno ritmo di produzioni di DVD che finsicono con il pescare gli stessi filmati, le stesse interviste e non forniscono nessuna reale novità. Se poi aggiungere che le canzoni, per questioni di diritti, non sono mai eseguite per intero e che mancano i sottotitoli, comprenderete che non possiamo dare tempo e denaro anche a questo prodotto. Interessante piuttosto, negli extra, l’intervista a Dick Taylor, il primo bassista dei Rolling Stones, che a vederlo oggi, a parità di età, tuttavia sembra il nonno di Mick Jagger. (Gianni Della Cioppa)
THE BEATLES
‘THE BLUE ALBUM 1967-1970’ (Edgehill/Audioglobe)
‘UP CLOSE AND PERSONAL’ (Storm Bird/Audioglobe)
Interessanti
Sinceramente credevo il titolo fosse un errore o una casuale coincidenza. Ed invece ‘The Blue Album’ si riferisce proprio alla doppia antologia, con la copertina contornata di blu, che raccoglie il meglio del periodo che va dal 1967 al 1970, quindi la parte finale della storia dei Beatles. Prendiamo quindi atto che siamo arrivati ai DVD che vivisezionano anche le raccolte, importanti quanto si vuole, ma pur sempre raccolte. Chris Welch, Nick Tumber e Adam Clayson, i tre esperti chiamati a raccolta (ma non mancano musicisti e altri personaggi), per illustrare il repertorio di capolavori quali ‘St. Pepper’s Lonely Hearts Club Band’, ‘Magica Mystery Tour’, ‘The Beatles’ (il “white album”), ‘Abbey Road’ e ‘Let It Be’, mettono in campo tutta la loro saggezza, ma la retorica non manca. ‘UCAP’ è un puzzle dei baronetti e di personaggi del circuito, dove ci chiediamo ‘Love me Do’ è il singolo più importante della storia del rock? Niente sottotitoli. Bella la discografia commentata del libro. (Gianni Della Cioppa)
THE WHO
‘VIDEOBIOGRAPHY’ (Ragnarock/Audioglobe)
‘UP CLOSE AND PERSONAL’ (Storm Bird/Audioglobe)
Semplicemente The Who!
Quanta storia c’è da raccontare intorno agli Who? Tanta, ma non è mai troppa, se pensiamo che un altro lustro scarso e si festeggia il mezzo secolo di attività. Magari una delle ultime cose che la leggenda narrerà è che una sera piovosa di luglio 2007, all’Arena di Verona, il concerto se l’è fatto e finito Pete Townshend, visto che Roger Daltrey dopo venti minuti si è arreso all’afonia. Due splendide confezioni, la prima con doppio DVD, entrambe con libri interessanti. Il testo di ‘Videobiograhy’ di Steven Rose offre una dettagliata discografia canzone per canzone, mentre il secondo una serie di interviste ai protagonisti, in parte riprese nella sezione video. Spesso secondari, ma non del tutto trascurabili, gli inserti di brani, estratti da concerti o passaggi televisivi, qui la bellezza, sta tutta nelle confessioni dei musicisti, con adeguato spazio a quel folle di Keith Moon. Niente sottotitoli, ma è tutto così pieno di polpa che quasi non te ne accorgi. (Gianni Della Cioppa)
THE KINKS
‘VIDEOBIOGRAPHY’
(Ragnarock/Audioglobe)
Racconti beat e rock
Se i grandi incompresi, nonostante il successo e l’immortalità, del rock americano sono i Beach Boys, altrettanto si può dire per i The Kinks, per quanto riguarda il versante dell’oceano a noi più vicino. Davvero splendidi quegli anni, quando il beat si imbastardiva con il ritmo afroamericano, davvero abbaglianti quelle notti (e non è un controsenso), dove le giovani band, scioglievano decenni di remore educative, che pesavano sulla precedenti generazioni, e si lasciavano andare ad un suono libero e assolutamente incondizionato. Il ritmo, il beat, che diventa rock. Tutto questo è raccontato in questa confezione, munita di due DVD e di un libro, attraverso le voci dei protagonisti, che capitolo dopo capitolo, ci confermano che Ray Davies era (è) un genio e Dave, non è solo “il fratello” di Ray. Credibili le testimonianze, visto che arrivano dal batterista Mick Avory, dal bassista John Daltone dal tastierista John Gosling. Rispeto ad altri DVD in commercio, qui ci sono più dettagli e più passione. (Gianni Della Cioppa)
THE MOODY BLUES
‘VIDEOBIOGRAPHY’
(Ragnarock/Audioglobe)
Lo stavamo aspettando
Ecco un DVD che va accolto con entusiasmo, perché racconta le gesta dei Moody Blues, una delle band più importanti ed originali della storia del rock inglese del fertile periodo a cavallo tra sixties e seventies. Ascoltando (no sottotitoli) le testimonianze di Derek Varnals ingegnere del suono del gruppo, Tony Clarke, produttore dal 1966 al 1979, di Keith Altham, agente rock e giornalista e di altri reporter, si evince l’importanza dei Moodies, il fatto di provenire da Birminghan, che è sinonimo di originalità, l’arrivo nel secondo album ‘Day Of The Future Passed’ (che anticipò il rock sinfonico e primo, o quasi, concept della storia), del bassista John Lodge, l’uso di una strumentazione ampia, gli arrangiamenti orchestrali. Ottimo il montaggio, con i frammenti musicali che ben si incastrano con il racconto storico, anche se la più volte citata domanda “Moody Blues: pop song o classic music?, non trova una risposta. Il DVD affronta i primi anni di storia del gruppo, fermando il viaggio a metà anni ’70, prima dei litigi, i fallimenti, le reunion e compagnia bella. (Gianni Della Cioppa)
CARAVAN / GRATEFUL DEAD / BOB MARLEY / TOM PETTY & THE HEARTBREAKERS / STATUS QUO / STEVIE WONDER
‘RARE BROADCAST’
(Storming/Audioglobe)
Giants of the music!
Se c’è oggi c’è un solo modo per incentivare all’acquisto di materiale musicale, è quello di creare confezioni affascinanti, magari a tiratura limitata, per accontentare anche l’occhio e la sensazione del possesso. Se ne sono accorti un po’ tutti, è il mercato è fermento con box, cofanetti e cose simili. Segue la scia, questa tornata di uscite, targate Storming/American Legends, che presenta un box che contiene un CD e un DVD, confezionati separatamente in cartoncini, che riproducono in alcuni case materiale dal vivo, differenti in termini di lunghezza, o con interviste miste a video. La qualità è mediamente buona, anche se le informazioni sono minime e si intuisce il periodo della registrazione, solo dall’aspetto dei musicisti. I Grateful Dead sono colti negli ultimi anni di carriera e il DVD è davvero interessante, con un Jerry Garcia sornione e sempre all’altezza. Notevole il box di Bob Marley, il CD offre sette brani dal vivo, ma la gemma è il DVD sottotitolato, che racconta le gesta del giamaicano più famoso del mondo. Finalmente una storia piena di particolari e curiosità, come il personaggio merita. Tom Petty viene ridotto a otto brani, di cui ‘American Girl’ solo per il CD, sinceramente poca roba. Fantastico invece il lavoro fatto per gli Status Quo, nel DVD un collage di brani dal vivo, in periodo diversi, e un intero concerto, direi recente visto il repertorio, per il disco audio. Per i Caravan cinque lunghi brani live, del reunion tour di qualche anno fa e un bel CD di un concerto recente, dove spicca il medley ‘Debsong Conshirtoe’. Ed infine Stevie Wonder, che con medesima scaletta, in una collage temporale, ci regala quattordici brani (spesso incompleti), per ricordarci chi è la più grande voce della storia del soul (e del pop e forse anche del rock!), guardatelo e ascoltatelo in epoca e versione glam cantare ‘Superstition’, o ucciderci con ‘You Are The Sunshine Of My Life’, e contate i suoi imitatori nel tempo. Buon viaggio. Top assoluto di questa selezione. (Gianni Della Cioppa)
RECENSIONI PER WWW.NEGATRON.IT
GREAT WHITE “Back To The Rhythm” (Frontiers/Self)
Una storia lunga più di cinque lustri quella dei Great White, una di quelle band che il rock lo ha vissuto sulla propria pelle, sfiorando l’eternità, con contratti major e qualche disco ben piazzato in classifica, per poi finire nel dimenticatoio, accettando ripieghi per label minori, se non proprio sconosciute. E il rischio che la band venga ricordata solo per la tragedia nella quale si trovò, suo malgrado, coinvolta, quando alcuni anni fa, un locale nel quale stava suonando, prese fuoco, provocando la morte di numerosi presenti, è purtroppo concreta. Oggi, dopo ripensamenti e rinvii, i soliti Jack Russell alla voce, Mark Kendall alla chitarra e i meno noti, ma ugualmente importanti, Michale Lardie (chitarra, tastiere e produttore), Sean McNabb (basso) e Audie Desrow (batteria), sono tornati, per coronare un momento creativo importante, frutto di una serie di concerti applauditi, dove hanno saggiato che l’affetto dei loro fan è rimasto immutato, se non cresciuto nel tempo. La copertina è oscena, ma quando parte la prima traccia, che intitola l’album, si capisce immediatamente che i Great White hanno bisogno esclusivamente della loro musica per essere amati e null’altro. Hard rock solare, mai pesante o inutilmente grasso, ancorato su riff misurati e metriche logiche, che incalzano melodie coinvolgenti. Dodici brani giocati tra il mestiere e la passione, con qualche autocitazione e i soliti modelli (Whitesnake, Mott The Hoople, Free), ma anche con alcune gemme quali “Take Me Down”, “Still Hungry”, “Was It The Night”, “Neighborhood” e la splendida ballata “I’m Alive”, scontata, ma efficace. Mi chiedo, c’è ancora un pubblico interessato a questo tipo di rock, venato di blues e intinto nell’hard? (Gianni Della Cioppa)
LILLIANE AXE “Water Rising” (Locomotive/Frontiers)
Senza l’aiuto di internet non avrei mai saputo dirvi che questo è il quinto album di studio, raccolte e cose simili a parte dei Lillian Axe. Una volta mi sarei sentito in colpa per questa mancanza, ma in questo folle mercato discografico; dove c’è spazio per uno e mille produzioni quotidiane; credo sia necessario accettare i propri limiti e rendersi conto che è assolutamente impossibile conoscere, anche solo quel circuito di gruppi o di generi, per i quali uno pensa di essere portato e che magari crede – illuso – di poter seguire. I Lillian Axe non saranno contenti di quanto sto per dire, ma nonostante i loro sforzi, ai posteri, resterà solo il loro debut album del 1988 (prodotto da Robbin Crosby dei Ratt), , pubblicato quando era lecito attendersi certi suoni cromati e canzoni robuste, ma pregne di melodie. Nel tempo hanno avuto l’intelligenza di modificare il loro approccio, alcune volte assoggettandosi anche allo stile imperante (penso alla parabola grunge di ‘Psychoschizophrenia del 1993), ma senza mai snaturare il loro stile, incalzato dalla vocalità virile del nuovo Derrick Lefevre. Detto questo bisogna mettere i puntini al posto giusto, perché questo “Water Rising” è un signor album, magari stilisticamente un po’ confuso, ma che suona tosto e pieno di energia, con quell’ondata dirompente di energia che magari avrebbero voluto estrarre dal cilindro i Velvet Revolver dal loro nuovo “Libertad”. L’album suona vagamente cupo nella produzione, quasi come se l’effetto post-grunge non fosse ancora svanito, ma resta il fatto che le canzoni ci sono e funzionano. Penso al riff a cavalcata di “Become A Monster” intarsiato da una tastiera, con un chorus che sa di caverne ed un finale cattivo come pochi. Ma è l’intero Cd, da “Quarantine”, “Fear Of Time” a “Deep Of The Black”, con la splendida ballata tenebrosa “I Have To Die Goodbye” in testa, che suona moderno e appare più genuino di tanti baccanali metal e dintorni, per i quali in molti sembrano andare pazzi. (Gianni Della Cioppa)
STEVE GRIMMETT “Personal Crisis” (Metal Heaven/Audioglobe)
La cosa più entusiasmante di questo CD, come era prevedibile, è la voce del protagonista. D’altronde Steve Grimmett è uno che di storie ne ha da raccontare, con i suoi tre decenni spesi a urlare di metal, in piena NWOBHM con i Grim Reaper per tre album che i nostalgici continuano a venerare, poi con gli Ouslaught per raccogliere l’onda del thrash metal e con i Lionshearts per omaggiare, in una veste più moderna, certo hard rock dal taglio Whitesnake, con l’ugola di David Coverdale sempre nel cuore. Nessuno di questi progetti gli ha mai concesso un briciolo di notorietà, al di fuori dei circuiti degli appassionati del genere e la situazione non si sbloccherà nemmeno con questo esordio solista, nato dopo aver assemblato una band per proporre in alcuni festival, solo brani dei Grim Reaper. ‘Personal Crisis’ è il frutto di una passione che diventa quasi devozione al limite della venerazione per certo metal dei primi anni ’80, l’unico che Grimmett ha sempre cantato con rispetto e abilità. Quindi undici brani che roteano sui soliti riff, ben prodotti da Pete Newdeck (mentre Dennis Ward si prende cura di produrre – bene - le parti vocali), ma che raramente oltrepassano il limite del sufficienza, pur nella loro impeccabile struttura a cui manca, come spesso accade per album di questo genere, anche un solo balzello di fantasia. (Gianni Della Cioppa)
MANITOU “No Signs Of Wisdom” (Metal Heaven/Audioglobe)
I finlandesi Manitou appartengono all’enorme cerchia di band che suonano per venerare un suono e non sono interessate a dimostrare niente a nessuno. D’altronde un quartetto che omaggia l’heavy metal britannico anni ’80, con evidenti riferimenti agli Iron Maiden, con il cantante Pihlaja che gioca a fare il verso al Bruce Dickinson d’annata, che altro può volere, se non raccogliere i consensi di chi questo suono lo ama incondizionatamente? Va detto che nelle nove tracce del CD, il terzo in un decennio di storia (un esordio sottotono, molto meglio la replica “The Mad Moon Rising”), i Manitou si prodigano con abilità per non apparire del tutto stantii e in alcuni pezzi ci riescono. Facile dire la conclusiva “The August Sky”, che con i suoi undici minuti, spazia in vari versanti compositivi, ma anche l’opener “In This Indolence”, “Harbinger” con quel riff ammaliante, l’hard rock sincopato di “Polluted World” ed una seconda parte dell’album più ricca di soluzioni melodiche, con il picco della power ballad “Some Of The Sins Rewealed” (scontato il riff, ma bello l’assolo di chitarra), confermano qualità di scrittura oltre la media, invero povera in fatto di versatilità, del metal attuale. A conti fatti, per me, una mezza sorpresa. (Gianni Della Cioppa)
GRAND LUX “Carvedd In Stone” (Ulterium Records)
Nonostante un’immagine da duri e puri, questo five piece norvegese non riesce a nascondere un’evidente giovane età, che inevitabilmente finisce con il condizionare anche il telaio musicale, sia per quanto riguarda lo stile, un heavy metal che mescola in un unico calderone
Sia per le composizioni, assolutamente prive di spunti . Sinceramente diventa anche difficile scrivere di mille dischi uguali, dove le uniche differenze stanno nelle influenze di partenza e nel genere a cui attingono. Da anni l’heavy metal ha assunto la forma di una piovra dai tentacoli insaziabile, che pescva e ruba a destra e a manca idee, nozioni e concetti, non proponendo quasi mai novità. L’importante è che le migliaia di Grand Lux sparse per il mondo, accettino un ruolo comprimario e di puro divertimento, e non cerchino di convincerci che ci debba essere tempo e denaro per tutti. Il sei è di stima e vuole dimostrare che colpevolizzare i soli Grand Lux non avrebbe senso, è l’intero panorama heavy metal che da anni vive di luce riflessa, autocitandosi all’infinito, in modo quasi sempre impeccabile per quanto riguarda la forma, la tecnica, la produzione e l’apparato grafico, ma assolutamente deficitario dal punto di vista compositivo. (Gianni Della Cioppa)
ROSE HILL DRIVE “Rose Hill Drive” (Sci Fidelty/Megaforce Records)
In pochi anni il mercato musicale ha subito - sta subendo ancora e altri ne arriveranno – così tanti cambiamenti, che ci siamo assuefatti alla regola che è normale vedere il talento soffocare e quindi scomparire e poi morire, nel silenzio e nell’indifferenza di tutti noi. Questo semplicemente per dire che la miglior hard rock band degli ultimi cinque anni (vogliamo dire dieci?), arriva da Boulder in Colorado, ha inciso alla fine del 2006 un album strepitoso, e non se n’è accorto praticamente quasi nessuno. “Rose Hill Drive” è un mix viscerale di Grand Funk Railroad, Ted Nugent e Allman Brothers, per dodici canzoni prive di pause, zeppe di fantasia, con quella lucentezza che solo le grandi band sono in grado di produrre. D’altronde quanti gruppi oggi saprebbero scrivere canzoni come “Cool Cody”, “Raise Your Hands”, “Brain Novacaine” e “Reptilian Blues”? Dal vivo sono strepitosi e lo sanno coloro che li hanno visti di spalla ai The Who nell’unica data italiana, all’Arena di Verona, lo scorso luglio. Non una sola canzone non merita una lode, ballata “In The beginnins…” compresa, merito della voce di Jake Sproul e del suo basso, della chitarra del fratello Daniel e della batteria di Nathan Barnes e dell’amore che mettono in ciò che scrivono e suonano. Lontani dalle mode e capaci di rilucidare i modelli ispiratori, i Rose Hill Drive ridonano ossigeno al rock duro, che se è vero che vive una nuova stagione di gloria, in anni recenti in pochi hanno saputo portare così in alto. Dureranno? Non lo sappiamo. Per ora proteggiamo e diffondiamo questo dono prezioso. (Gianni Della Cioppa)
THE TANGENT “Not as Good As The Book” (InsideOut/Audioglobe)
Da quando i The Tangent hanno perso i servigi del super indaffarato Roine Stolte, ne hanno guadagnato in serenità, inventiva e libertà compositiva. Troppo vincolante ed ingombrante la personalità di un gigante (buono) come Roine che, nonostante tra Flower Kings, Transatlantic e carriera solista, sia sempre con una chitarra in mano, era riuscito ad intrufolarsi anche in questo progetto, edificato dal suo amico Andy Tillson Diskdrive (che sponsorizza anche “Fog”, un suo album solista). Ma anche senza Stolte, The Tangent viaggiano sicuri alla media di un album (meglio se doppio) all’anno, infatti dopo “The Music That Died Alone” (titolo fantastico!), “The World That We drive Through”, “A Place In The Queue”, oltre ad un paio di album dal vivo, semi ufficiali “Pyramids And Stars” ed ufficialli “Gong Off One”, ecco la quarta prova di studio “NAGATB”, come sempre pubblicata in tentacolari edizioni, roba da perdersi insomma. Ma, anche se il titolo del doppio CD, ci indirizza altrove, quello che conta è la musica, e qui c’è sopra quella buona, reticolata tra partiture di rock progressivo che si imbrattano di jazz e fusion, ma senza mai perdere di vista la melodia, con passaggi vocali che rievocano i giganti Gentle Giant. L’album prende spunto da una novella scritta dallo stesso Andy (illustrata da Antoine Ettori e allegata ad una delle edizioni speciali dell’album) e che ha, manco a dirlo, come tema dominante la musica. Il primo CD si dipana attraverso sette brani, ricchi di inventiva, mentre il secondo appare più ostico con due lunghe suite, più intricate anche dal punto di vista tecnico e compositivo, ma che confermano la versatilità di questo sestetto, che qui ha anche i servigi della cantante Julia King. Come avrete capito siamo davanti ad una band notevole, ma non per principianti del prog. (Gianni Della Cioppa)
MAGNUM “Wings Of Heaven Live” (SPV/Audioglobe)
“Wings Of Heaven”, ottavo album dei Magnum, usciva nell’aprile del 1988 ed è stato il loro più grande successo commerciale, un solido quinto posto in Inghilterra, un trionfale tour al seguito e persino una timida risonanza americana, con tanto di videoclip in rotazione sull’allora giovane MTV, ma già capace di condizionare i gusti dei teen ager. Oggi, a distanza di due decenni esatti, la band ha deciso di omaggiare quel disco con una serie di concerti, dove accanto ad alcuni classici e a brani della produzione più recente, propone per intero la scaletta di “Wings Of Heaven”, che all’epoca fu benedetto e maledetto, perché spostava il baricentro compositivo dal pomp rock al pop rock, una scelta non condivisa da tutti i fan. Ma come sappiamo il tempo stempera tutto e così oggi, siamo tutti disposti a perdonare quel peccato (non di gioventù, i Magnum, nonostante un look da giovanotti, erano già adulti e vaccinati a più riprese…) ed infatti il tour è praticamente “sold out” in tutta Europa. Questo doppio CD è la registrazione del concerti di anteprima del tour, tenutosi tra il 10 e il 17 novembre dello scorso anno in Inghilterra e vede sugli scudi sempre i leader Tony Clarkin (chitarrista umile, ma gran compositore) e Bob Catley (cantante impeccabile per il genere), accompagnati dallo storico tastierista Mark Stanway e da una sezione ritmica rodata. Sul primo CD, dove compaiono classici e brani recenti, l’atmosfera è frizzante e brani come “How For Jerusalem” e “Kingdom Of Madness”, pescati dal repertorio antico, sono i picchi assoluti, mossi quasi da un’aurea di sacralità. Sul secondo dischetto scorrono piacevoli e solidi i nove brani di “Wings Of Heaven” imbrattati di qualche sonorità più hard rock, rispetto all’originale, con un pubblico coinvolto e partecipe. Ma è la chiusura di “Sacred Hour” (da disco “Chase The Dragon” del 1982), con un’esecuzione sentita e commovente, il capolavoro dell’intero doppio. E pensare che quando uscì “Wings Of Heaven” scrissi che erano bravi, ma un po’ fuori età… Mea culpa! (Gianni Della Cioppa)
SEVENTH AVENUE “Terium” (Massacre/Audioglobe)
Arrivano da Wolfsburg in Germania e rappresentano l’ennesimo esempio di speed metal teutonico inossidabile, privo di sbavature, da ascoltare senza pause, in un solo sorso, con melodie sparate alla velocità della luce, sostenute da ritmiche che sanno di preconfezionato, ma alla fine – pur nei limiti stilistici e armonici, che girano su temi compositivi già ascoltati mille volte - il risultato piace e funziona. E allora complimenti a questi Seventh Avenue, che ne hanno fatta di strada dal lontano 1989, quando esordirono con il demo “First Strike”, con le loro convinzioni religiose elaborate con – si dice proprio così – il christian metal, che osanna Dio e nei testi tratta temi biblici, pur con qualche inesattezza storica. Ma poco importa ai fan, che invece chiedono energia e quella passione, che nei gruppi heavy metal, di ogni razza, religione ed età, raramente viene meno. Da qualche anno i Seventh Avenue, si sono accasati con la Massacre, un’etichetta nobile per il genere che propongono, che in Giappone gode di buona esposizione ed infatti il gruppo, da quelle parti vanta un seguito notevole. Il limite di “Terium” è l’eccessiva lunghezza, che finisce con l’uniformare i quindici brani, strutturati quasi tutti con le medesime modalità, apertura strumentale, cantato pieno di enfasi e refrain a pieni polmoni, sostenuto dalle tastiere, l’elemento più importante nell’egemonia del sound dei Seventh Avenue. Canzoni che si amano durante l’ascolto (con gli assi di “Future Dawn” e “Way To The Sars” da segnalare) e che si dimenticano poco dopo. Un macigno che – purtroppo - va detto, grava su quasi tutto l’heavy metal classico e non attuale. (Gianni Della Cioppa)
ASIA “Phoenix” (Frontiers/Self)
La maturità ha i suoi vantaggi, per esempio porta in dono la volontà di sorvolare sulle acredini del passato e consiglia di vivere in serenità ciò che resta, ricucendo magari antiche amicizie e facendo dimenticare antichi rancori. Succede così che John Wetton e Geoff Downes scoprano di avere ancora tanta voglia di scrivere – buona, anzi buonissima - musica insieme e di ritrovare l’antica magia, che aveva generato gli Asia agli inizi degli anni ’80. Con buona pace di John Payne che di Wetton era stato – l’ottimo – sostituto da almeno tre lustri a questa parte. Il risultato di questa stima ritrovata, ma del lotto fanno parte anche i grandi Steve Howe alla chitarra e Carl Palmer alla batteria, porta il titolo ben augurante di ‘Phoenix” e dobbiamo dire che siamo davvero davanti ad una fenice che rinasce da sé stessa. Personalmente, pur se curioso e speranzoso, non avrei mai immaginato, un ritorno a questi livelli, siamo davanti infatti ad un album straordinario, che rievoca le atmosfere e le sonorità pomp AOR dei primi due lavori degli Asia (“Asia” e “Alpha”), che avevano sbancato il botteghino, per quella capacità di unire tecnica, feeling e grandi canzoni. Il miracolo si ripete e sebbene i tempi siano cambiati e “Phoenix” è palesemente destinato ad un pubblico di cultori, almeno questi avranno di che commuoversi, con canzoni stu-pen-de quali “Heroine” e “I Will Remember You”, ballate che la voce miracolata di Wetton, rende immense e poi la mini suite “Parallel Worlds/Vortex/Deya”, suonate con il piglio della giovinezza o l’apertura di “Never Again”, che pare una nuova “Don’t Cry”, senza dimenticare la chiusura magniloquente di “An Extraordinary Life”, sorta di confessione di Wetton. Finalmente una reunion (in questo caso non solo nel nome, ma nella line up originale), non di routine. Che bellezza. (Gianni Della Cioppa)
LUV MACHINE ‘TURNS YOU ON’ (Rise Above Relics/Audioglobe)
La Rise Above Relics, ha reso un servizio all’umanità, riportando a galla un album, del 1971, per certi aspetti mitico e corredandolo di un booklet ricco di note, firmate da Lee Dorian dei Cathedral. Scopriamo così che i Luv Machine, creduti neozelandesi, arrivano dalle Isole Barbados, si sono formati nel 1968 e sbarcano in Inghilterra un anno dopo, grazie al manager inglese Malcolm West, fresco sposo di una ragazza delle Barbados. I quattro, due di colore e due bianchi, diventano amici degli Sweet, suonano al Marquee con gli Uriah Heep, si fanno contaminare dal rock e dalla psichedelia, ma non perdono l’amore per il ritmo e il funky, partorendo un sound molto originale, racchiuso in questo disco, qui arricchito di ben sei bonus, per un risultato finale stupefacente, per la comunione tra energia e idee. Responsi radiofonici, Italia compresa (dove hanno anche suonato), non ne impediranno mutazioni di line up e lo scioglimento. La rarità e la bontà dell’opera, fanno sorvolare il neo di una registrazione non perfetta. (Gianni Della Cioppa)
EVERON “North” (Mascot/Edel)
Nel panorama del rock progressivo; sempre chiuso a riccio su sé stesso, ma alimentato costantemente da un pubblico fedele e capace anche di rigenerarsi con nuova linfa vitale (unico esempio, insieme a quello metal); esistono delle dissonanze che non trovano spiegazioni. Ci sono gruppi, sicuramente di valore, ma protagonisti di più di uno scivolone, nel corso della carriera, che restano però saldamente ai vertici delle preferenze dei fan del genere. Al contrario sembra non esserci spazio, se non in un circuito ridotto di innamorati, per altre band, di gran lunga più costanti delle suddette. Forse l’unico limite di nomi quali Shadow Gallery, Tiles e questi Everon, assolutamente giganti del rock prog, è solo quello di ambire a traguardi , meno prevedibili di altri, pur mantenendo intatte le caratteristiche di qualità e, traguardo non trascurabile, bellezza all’ascolto. I tedeschi Everon, rappresentano un’anomalia, una scheggia impazzita, una cosa bella, ma che appare all’insaputa e proprio per questo irradia ancora più attrattiva. Oliver Phillips, tastiere, voce e compositore, la mente che guida la band, ha altre attività e culla la sua creatura con amore, quando la vita glielo permette. Oggi, a distanza di sei anni dal predecessore “Flesh” e a distanza di tre lustri dall’esordio “Paradoxes”, Oliver ci offre il suo settimo sigillo, questo “North”, a cui non manca nulla per definirlo l’ennesimo capolavoro, da lui partorito. Atmosfere magniloquenti, con sfondi orchestrali e tappeti di tastiere, cori immensi e melodie assolutamente gigantesche, per otto brani e cinquanta minuti totali. L’apertura di “Hands” è clamorosa, un riff dark che si apre all’improvviso in una melodia celestiale, gestita da una chitarra acustica, che sfocia in un refrain solenne e maestoso. Tutto in tipico Everon style. Non c’è una sola nota da scartare, da “From Where I Stand” mentre “Test Of Time” ha ricami da musica operistica, la title track e “Wasn’t It Good” riecheggiano il prog d’annata, un taglio più moderno per “South Of London”, furore e armonie per le tre tracce conclusive, con “Woodworks” ammantata di emozione alla Kansas e “Islanders”, con l’ospite Judith Stüber al canto, assolutamente commovente. Un grande album per una band di caratura superiore. (Gianni Della Cioppa)
AIRBOURNE “Runnin’ Wild” (Roadrunner Records/Warner)
Quante band ci sono al mondo come gli Airbourne? Cento? Mille? Un milione? Poco importa, perché alla fine vi troverete ad ascoltare solo gli Airbourne. E il motivo è semplice, questo quartetto australiano trabocca attitudine, come poche volte capita di ascoltare, in questo pianeta rock dell’ultimo decennio, diviso tra myspace, youtube, false illusioni e il resto aggiungetelo voi. La biografia racconta che il cantante/chitarrista Joel O’Keefe, sorta di Bon Scott del nuovo millennio, sin dall’età di nove anni, aveva capito che il rock’n’roll sarebbe stato il suo mondo. Gli crediamo, ma concedeteci il lascito del dubbio. Ciò non toglie che questi quattro pischelli, che hanno sede operativa Melbourne, messa a ferro e fuoco più volte, dai loro spettacoli arroventati, siano davvero splendidi interpreti del sound solare e aggressivo, che ha come marchio di fabbrica l’Australia, pervasa da una tradizione di hard boogie rock di altissimo livello (The Angels, The Saints, Chold Chisel, Hooddo Gurus, INXS, oltre ai secolari AC/DC ovviamente), una mistura letale di hard rock e punk, che genera un rock primordiale, che ha un unico scopo trascinare e far sudare. In questa ottica gli Airbourne sono micidiali, messi sotto torchio dal noto produttore Bob Marlette, hanno generato undici canzoni (selezionate dalle quaranta iniziali), che sono altrettante mazzate. Lo stile di scritture non offre varianti, come il genere chiede, un riff amplificato e solare, su cui si innasta la il cantato urlato e poi un refrain a più voci, che pare un panzer, assolo di chitarra lancinante e finale con il ritornello ripetuto all’ossesso. Niente di più semplice ed allo stesso tempo coinvolgente. Si tratta solo di scegliere i pezzi preferiti, personalmente mi sono trovato con la mia hair guitar a cantare “Stand Up For Rock’n’Roll” micidiale opener, “Runnin’ Wild”, la terremotante “Fat City” e “What’s Eatin’ You”, semplicemente micidiale. E le vostre preferite quali sono? (Gianni Della Cioppa)
GLENN HUGHES “First Underground Attack Kitchen” (Frontiers/Self)
In tutta onestà, da qualche anno a questa parte, fatico anche solo a trovare dei termini nuovi per definire lo stupore che mi attanaglia, all’ascolto di ogni nuova uscita di Glenn Hughes. L’ex Deep Purple è assolutamente stupefacente, in quanto a creatività, in fase di scrittura dei pezzi, ha alcune intuizioni che sono assolutamente pazzesche. Qui non si tratta di talento vocale (per non parlare del basso), che è indiscutibile (per me è solo un gradino sotto il più grande di tutti in fatto di soul venato di rock, ovvero Stevie Wonder, e so che Glenn ne sarebbe orgoglioso), ma parliamo di quella magia, che all’improvviso spunta all’interno delle sue canzoni, sorrette magari da un giro classico, che però Glenn interpreta come un dio, poi senza nessun preavviso, ecco lo stacco geniale, che la sua voce rende devastante. Ed allora la domanda del perché questo musicista, sia amato da tutti, rocker, metallari, vecchie nostalgici, fidanzate e mogli che odiano il rock e ascoltatori distratti, trova una risposta in tutta la sua pienezza: Glenn Hughes è uno dei più grandi compositori di canzoni del nostro tempo, versatile – si districa tra rock, pop, funky, soul come nessuno – sicuro, geniale e attento al dettaglio come pochi. Dispiace che molti siano legati a Glenn Hughes solo per i suoi trascorsi nei Deep Purple e spendono elogi solo per i suoi lavori solisti, di taglio rock o AOR, trovo invece pieni di vigore e splendore, anche le partiture funky, certamente meno digeribili in modo immediato, ma capaci di reggere i segni del tempo. Questo “F.U.N.K.” – capito l’acronimo? – è un album bellissimo, pieno di sfumature, che si ascolta in ogni occasione e a livello vocale, è forse la miglior prestazione di Hughes di sempre. “Crave”, “Satellite”, “Imperfection”, “Oil And Water” e l’orchestrale (e profetica) “Too Late To Save The World”, sono canzoni che scavano nell’anima. Per non dire della conclusiva “Where There’s A Will”, una ballata dal pathos che uccide. (Gianni Della Cioppa)
WHITESNAKE “Good To Be Bad “(SPV/Audioglobe)
“È il mio miglior disco da venti anni a questa parte”. Così sentenzia Mr. David Coverdale, per presentare questo ritorno discografico. Non che in questi due decenni siano successe tantissime cose a nome Whitesnake. Qualche passaggio solista, il binomio chiacchierato e dignitoso con Jimmy Page, qualche tour sparso, con line up confuse, per tenere vivo il nome, ma di concreto a livello discografico, va segnalato solo quel “Restess Heart” del 1997, attribuito a David Coverdale & Whitesnake. Le avvisaglie di un ritorno sono spuntate con il doppio dal vivo dello scorso anno, che presentava quattro inediti, di cui due di ottimo livello. Ed ora, con una formazione rodata con il live citato, gli Whitesnake si apprestano ad un intento tour di supporto ad un album, che nulla aggiunge o toglie a quanto abbiamo già ascoltato da questa band. Ma “Good To Be Bad” offre la sensazione netta di una ritrovata vena umana, di un’artista che, conoscendo pregi e limiti, del suo essere cantante e compositore, ha accettato il ruolo che il tempo gli ha assegnato, ovvero di essere un frontman ad un passo dalla leggenda, a patto che canti, con inclinazione roca e blues, con quel tipico sospiro sexy, di donne disponibili o che spezzano il cuore, di serate svaccate tra birre e amici.
E così, in un girovagare di autocitazioni di frasi e accordi (quante volte avete sentito le parole che compongono questi titoli “All for Love”, “A Fool In Love”, “All I Want All I Need”, “Summer rain”?), di qualche notevole intuizione compositiva, scorre un album bello. Si bello, ed è l’unico modo mi viene in mente per definirlo. Undici canzoni (diventano otto in più – tutte dal vivo - nell’edizione limitata doppia), che si ascoltano con piacere e passa tutto in secondo piano, le rughe del leader, il tempo perso a litigare con gli ex compagni e tutto il resto. Ma a pensarci bene, tutto lo spirito di questo rocker è racchiuso nella prima e nell’ultima traccia, “Best Years”, un rock gonfio di energia, è una confessione di accettazione dell’età e “’Til The End Of Time”, una ballata che emoziona, è la dichiarazione di umiltà e di amore, che è finito il tempo dei bagordi, e che ora conta solo l’amore vero. È bello invecchiare con un amico come David Coverdale. (Gianni Della Cioppa)
THE BLACK CROWES “Warpaint “(Silver Arrow/Goodfellas)
Quando, nel marzo del 1990, in pieno periodo crossover e grunge, sono usciti con il loro album di esordio “Shake Your Money Maker” e si sono piazzati candidamente al quarto posto della classifica di Billborad, i Black Crowes avevano di fatto preso il classic rock per mano e lo stavano riportando, dopo anni di lontananza, nelle case di tutti gli americani. E per tutto il decennio la banda dei corvi neri, ha lasciato solchi indelebili del suo passaggio, restituendo ad una nuova generazione di band, il desiderio di misurarsi con un suono scarno, ma ricco di sentimento e calore. Poi, in prossimità del nuovo millennio, le crisi artistiche, personali (tra litigi, matrimoni e divorzi) e con le case discografiche. In questa baraonda ha retto solo il legame tra i fratelli Chris e Rich Robinson, rispettivamente voce e chitarra della band, che dopo lavori solisti ed uno in coppia, riesumano il monicker e si rigettano in pista con un nuovo lavoro che guarda, se possibile, in misura maggiore rispetto al passato, alle radici del rock americano, con rimandi di country, tex-mex e delta blues, ma senza mai perdere di vista l’energia e l’immediatezza di certo southern (hard) rock, che ne ha contraddistinto l’intera produzione. I temi dei testi sono i soliti, retrò e vagamente utopistici (il “peace & love” dei figli di fiori insomma), ma che nei quali la band, ci invita a non smettere mai di credere. E allora ecco “Walk Believer Walk”, il rock frizzante di “Wounded Bird”, “God’s Got It”, “Locust Street”, “Oh Jospehine”, “Wee Who See the Deep”, ballate e suoni che rimandano ad un suono datato e solido, che sembra accrescere in bellezza, per ogni moda musicale che, inutilmente spunta fuori. Il tutto gestito con una freschezza di scrittura, priva di cedimenti. “Warpaint”, come una rivoluzione dell’anima - dice Chris Robinson - contro ogni guerra. “Warpiant”,semplicemente i Black Crowes in forma strepitosa. (Gianni Della Cioppa)
GYPSY PISTOLEROS “Para Siempre” (Bad Reputation/Frontiers)
In termini di rock’n’roll, questi Gyspy Pistoleros sono semplicemente la band più originale e coinvolgente degli ultimi anni. Nulla di meno. Tutto nasce quando il cantante Lee J Pistolero (nome d’arte naturalmente), fa un viaggio a Saragozza e resta folgorato dai ritmi ispanici, dal calore tzigano delle melodie che sente nelle strade e che si respira nei locali. Focalizza così che il suo amore per il rock e il punk – perché no? - si possa fondere con queste sonorità. Al ritorno in patria, Inghilterra please, assembla una band dall’attitudine giusta e dopo un periodo di prove, l’idea diventa realtà con l’album di esordio autoprodotto “Wild, Beautiful, Damned”. L’impatto è forte, il Cd vende 20.000 copie e convince la francese Bad Reputation a ristamparlo con un nuovo packing e due canzoni in più. Il risultato è questo “Para Siempre” che appare stupefacente sin dal primo ascolto, dodici canzoni incalzanti, che suonano ruvide e sporche come un incrocio tra Mötley Crüe e Ramones, con un tocco rubato ai primi Hanoi Rocks. Cantati in inglesi, piazzati su un tessuto di riff roventi e ritornelli foderati da frasi in spagnolo. Sembrerebbe un azzardo quasi ridicolo, è invece una miscela esplosiva. Prodotto dal noto Joe Gibb, già visto all’opera con Madonna e Jane’s Addiction, tanto per dire, l’album non mostra un solo cedimento e la versione dell’hit latino “Livin’ La Vida Loca” di Ricky Martin, suona come una bomba ad orologeria. Immaginatevi i Gypsy Kings in versione punk, con gli attributi dei Motorhead, ed otterrete il sound di questo “Para Siempre”, che in dodici tracce non lascia un solo attimo di respiro. Flamenco punk rock. Peccato che non ci abbiano pensato gli ispanici a muoversi su queste tracce. Ma si sa, noi europei siamo tutti troppo presi a copiare la classicità del rock angloamericana, per prendere sul serio le nostre tradizioni. (Gianni Della Cioppa)
URIAH HEEP “Wake the Sleeper” (Universal)
Se escludiamo una lunga lista di album dal vivo, per non parlare delle antologie, gli Uriah Heep, mancavano sul mercato, con un album di brani inediti, addirittura da dieci anni. Tanto è il tempo trascorso dalla pubblicazione dell’ottimo “Sonic Origami”. C’è anche da segnalare, dal marzo dello scorso anno, l’ingresso in formazione del batterista Russell Gilbrook, che ha sostituito lo storico Lee Kerslake, che ha ceduto le armi, per problemi di salute, dopo cinque lustri di onorata presenza consecutiva, senza contare gli anni degli esordi. Fasciato in una bella copertina, l’album si apre con la title track, un brano quasi sinfonico, privo di una struttura a canzone, ma frutto di un sovrapporsi di cori, che duellano con la chitarra di Mick Box, carica di effetti wah wah. Si nota immediatamente che la produzione è robusta, con suoni potenti e trascinanti, ma che non intaccano il classico suono della band, fatto di melodie incalzanti, dove la voce dell’inossidabile veterano Bernie Show, si accompagna ad una moltitudine di cori e “Overload” e “Tears Of The World” ne sono la dimostrazione evidente. “Light Of A Thousand” e “Book Of Lies” sono brani più addomesticati, con refrain memorizzabili, in mezzo una “Heavens Rain” che non decolla. “What Kind Of God” ha un’andatura lenta che rievoca gli ultimi Magnum, una band con cui gli Uriah Heep dividono più di una peculiarità, in fatto di pomposità ed enfasi, anche se il gruppo di Box appare più energico, come dimostra la cavalcata “Ghost Of The Ocean”, con l’organo Hammond di Phil Lanzon protagonista. “Angels Walk With You” è una ballata epica magnificamente interpretata da Bernie Shaw, mentre “Shadow” ha una cadenza sincopata, che trova la giusta espressione solo nel refrain. In chiusura il riff cromato di “War Child”, la traccia forse più moderna, anomala, ma allo stesso tempo una delle più belle dell’intero album. Quasi una sorta di dichiarazione di intenti futuri, come a dire che gli Uriah Heep sono pronti a nuove sfide. Dopo quattro decenni di storia e uno di silenzio creativo, era difficile fare di meglio. Immortali Heep. (Gianni Della Cioppa)
RECENSIONI SCRITTE PER IL SITO WWW.ILMUCCHIO.IT
(SEZIONE “FUORI DAL MUCCHIO”, PER ARTISTI ITALIANI)
JACINTO CANEK “Banditi” (Cinico Disincanto)
Ai tempi del loro esordio autoprodotto, un mini di sei pezzi (qui in parte rielaborati), i Jacinto Canek, dal nome di un ribelle maya del 1700, pur ingenui e disordinati, mi avevano colpito a tal punto, che mi ero offerto di aiutarli nella promozione. Poi ci siamo persi di vista, Verona – la mia e loro città - non è una metropoli, ma i gruppi pullulano e il tempo per tutti non c’è, inoltre il mio ruolo mi impone un certo distacco, altrimenti tutti telefonano, tutti chiedono, tutti sperano. Non è il caso di questi ragazzi, che li ritrovo, quasi casualmente, al secondo lavoro, per una label romana. Dovevano scegliere i Jacinto Canek, stare dalla parte del crossover, che ben si espandeva in origine o amplificare gli inserti etnici, delineati dalla voce femminile di Francesca Longhin (contraltare angelico dell’ugola rocciosa del titolare Mirko Fischetti), da percussioni e strumenti adeguati. Ad ascoltare i tredici pezzi di questo “Banditi” si direbbe che il gruppo sia ancora indeciso, ci sono elementi di entrambe le fazioni, l’immagine si è fatta più violenta e moderna, una sorta di “Arancia Meccanica” del rock, accantonando i costumi etnici degli esordi, il suono non manca di carichi pesanti come “Banditi”, “Mio nonno”, l’inno “Divise”, con tracce rap, hip-hop e metal, fino alla filastrocca “I ragazzi della via glu glu”. Ma le cose migliori sono, a mio avviso, nella seconda parte del CD, quando i Jacinto Canek, amplificano la componente lisergica e popolare, infatti “Fuoco e cenere”, “Sabbie mobili”, la stupenda danza popolare di “Galleggio leggero”, con tanto di violini al seguito e il tam tam elettrico di “Serpente nero”, non si trovano nei pennini di troppi stantii imitatori dispersi sul suolo rock italico. Non tutto è delineato, ma “Banditi” è un bel tentativo di “esserci”. www.jacintocanek.com . (Gianni Della Cioppa)
MARYDOLLS “Liquierizia Brain” (Mizar/Audioglobe)
Vai a fare i conti e ti accorgi che il grunge è diventato maggiorenne da un pezzo. E sembra ieri che stavamo tutti con il volto appeso, increduli e straniti da quella valanga di energia, che si abbatteva su di noi, sotto i riff incandescenti di Soundgarden, Nirvana, Tad e tanti altri. E si stava lì, felici di assistere in presa diretta a qualcosa di grande che stava mutando il rock. Però a differenza di altri generi, il grunge non ha sviluppato una vera e propria scuola imitativa (è stato piuttosto riletto in chiave radiofonica con il post grunge), ma di tanto in tanto appaiono giovani band che ne ricalcano l’ardore e il suono. Fa poi sorridere pensare che queste stesse band, sono formate da musicisti che spesso non erano nemmeno nati – o quasi - quando il grunge prendeva forma. Non è il caso dei bresciani Marydolls, un trio Nirvana-dipendente, che arriva all’esordio dopo un decennio di rincorse e concorsi (ex Plasivo, con in tasca la vittoria del “Vitaminic Awards 2001, con il pezzo “il Vortice”), dubbi e speranze e si rende protagonista di un filotto di brani, assolutamente credibile, con una produzione grezza, ma ben definita, che non lascia spazio all’immaginazione, ma che coinvolge, nei suoi pezzi più aggressivi – tanti – come in quelli più riflessivi, la malinconica ballata di chiusura “Bidone”, per esempio. Assolutamente perfetto l’inserimento del cantato in italiano, direi che poche volte mi è capitato di ascoltare una connessione così vitale, in un simile contesto. In mezzo a tutto questo candido fragore anche un rifacimento, in chiave grunge, del classico pop rock “My Sharona” di casa The Knack, quasi a voler confortare le parole di Kurt Cobain “Ma quale Black Sabbath, io sono cresciuto come un qualsiasi teen ager americano, ascoltando Kiss e Cheap Trick”. Appunto. In sintesi, questo è un gran bel CD www.marydolls.it . (Gianni Della Cioppa)
JUGLANS REGIA “Visioni Parallele” (Akom Productions)
Qualche passaggio a nome Raising Fear, nel lontano 1992, imitando in inglese, idoli adolescenziali dell’heavy metal e poi rapido il passaggio all’italiano, vissuto in un reticolato di esperienze, demo tape, apparizioni su compilation, fino all’esordio su CD con “Prisma” nel 2002, replicato tre anni dopo da “Controluce” ed oggi questo terzo episodio, certamente il più completo e convincente. Il cantante Alessandro Parigi (con il bassista Max Dionigi e il batterista David Carretti, i membri fondatori del gruppo, completato oggi dal rientrante chitarrista Antonello Collini), ha compiuto la sua maturazione definitiva, permettendo un ampliamento delle dinamiche di scrittura, e i risultati stanno tutti nelle sette tracce (più intro) di questo CD, che spicca per varietà compositiva ed arrangiamenti di chitarra, dove l’heavy metal è richiamato solo nelle partiture di alcune ritmiche, con fare quasi progressivo. Gli esempi si chiamano “Lacrima nera” e “Così vicino…”, mentre l’iniziale “Dentro … il palazzo” suona come un rock a tutto tondo, in chiusura l’epica title track, tagliata da tastiere roboanti. Gemma dell’album è “I colori dell’aria” dove la voce titolare si divide con Gianni Nepi, straordinario cantante (e bassista) degli storici dark Quarterer. Se non ci fossero gruppi con lo spirito dei Juglans Regia, il mondo del rock, vivrebbe solo di false attese. Qui invece, ci sono sedici anni di storia, senza contare, quello che c’è stato prima, affrontati sempre con un pulsare straordinario, senza mai far mancare un approccio professionale e di buoni risultati, con l’unico reale obiettivo di divertirsi e dare voce ad una passione verso la musica, assolutamente irrefrenabile. www.juglansregia.com . (Gianni Della Cioppa)
L’OR “Intimo Pensiero” (VRecords/Venus)
La neonata VRecords è un’etichetta sorta con un progetto ben preciso e cerca di inserirsi nel tessuto nazionale con alcune idee innovative e con la volontà di applicarne altre in futuro. Poche produzioni mirate e di qualità, in modo da supportare i gruppi con ferrea determinazione ed anche l’album stesso è gestito in modo originale. I primi a testare la situazione sono i veronesi L’OR, un quartetto che si muove da dieci anni, alla ricerca di un’identità, che solo oggi sembra ben delineata. Il CD ha avuto una sua prima uscita in edizione slim, con dieci brani e bonus multimedia, vendibile solo durante i concerti, ma ora è disponibile la versione ampliata (c’è lo spazio per inserire il primo), commerciabile nei negozi, con tredici tracce, divise tra inediti e versioni – molto – alternative. Alla fine ci si ritrova tra le mani un doppio album, che trabocca belle canzoni, con uno stile epico e trascinante, in un misto di Afterhours (di cui coverizzano “Male di miele”) e Negramaro, soprattutto per l’enfasi vocale del leader Emanuele Tinazzi. Rock e poesia verrebbe da dire, con una produzione alcune volte abbondante, penso a “Sacro Fuoco” e “Like Outside Rain”, due potenziali hit radiofonici, il primo proposto anche con il supporto vocale di Jack dei Miura, ma che sa essere anche essenziale, basti ascoltare “Amnesia”, “Virus”, “Morfina”, ruvide e trascinanti. In un mercato che pare interessato solo alle mode, i L’OR prestano attenzione alla musica e alle canzoni. Ne viene fuori “Intimo pensiero”, una raccolta di emozioni, che spera verranno condivise non dai soliti pochi curiosi. Sul trampolino di lancio? Lo meriterebbero. www.L-OR.it . (Gianni Della Cioppa)
NOBRAINO “Live AL Vida Club” (Autoproduzione)
Sembrano giustificarsi i Nobraino, che a distanza di un anno circa, dal loro esordio ironicamente intitolato “The best of”, tornano con un nuovo CD registrato in concerto “Live al Vida Club”. “Al di là della discografia, della critica e della logica che ci dovrebbe essere nel fare un disco”. Così sentenziano le note dell’album, ottimamente confezionato in un digipack, apribile a tre facciate. In effetti sembra una mossa azzardata, ma l’urgenza artistica, alcune volte deve sorvolare la ragione e così ci ritroviamo ad ascoltare otto nuove canzoni (“pezzi che non sono finiti sul primo disco o che non hanno fatto in tempo ad entrarci”), che hanno lo scopo, oltre che di offrire l’ennesimo saggio del talento di questa band romagnola, di mostrare il volto più energico dei quattro protagonisti, che sul palco, soprattutto grazie alla presenza istrionica e teatrale del cantante Lorenzo Kruger, assumono nuove sembianze, rispetto al clima pacato dello studio di registrazione. Ascoltiamo così alcuni pezzi che mai avrebbero meritato l’oblio, penso all’iniziale “Le tre sorelle”, alla storia felliniana della stupenda “Notaio scarabocchio”, dove sonorità solari si inseriscono perfettamente sul telaio lirico edificato del carismatico vocalist. E poi ci sono “Solito caffè”, “Ballerina straordinaria” o “Ragioniere nucleare”, canzoni che i musicisti rendono piene di inventiva, documentate anche dall’entusiasmo del pubblico. Ma forse la mancanza di logica avrebbe dovuto convincere i Nobraino a pubblicare un DVD, perché sul palco sono davvero una creatura anomala. Grande band. www.nobraino.com . (Gianni Della Cioppa)
SAINT LIPS “Like Petals” (Bagana Records/Edel)
Sul myspace della band, alla voce influenze, si parte con Elvis e si termina con Diaframma, in mezzo centinaia di gruppi, i più disparati. Alcuni isospettabili, i giganteschi e dimenticati – purtroppo - Grand Funk Railroad, altri logici, Smashing Pumpkins e Nirvana per esempio. Ed è proprio a questi ultimi che sembrano ispirarsi i romani Saint Lips acclamati - tutto documentato - da Steve Frisk (il produttore di Nirvana e Soundgarden!!). Oltre a rimasugli del grunge che fu, la band si muove tra i sentieri dell’indie rock di ieri, oggi e domani (i Pixies su tutti), con un suono ruvido e spontaneo, che solo la voce solida e scintillante di Valentina Barletta, rende vagamente meno hard di quello che in realtà è. Un esordio su Bagana Records che può godere della distribuzione Edel, mossa importante, se pensiamo alla mole di uscite che attanaglia il mercato discografico, dove la visibilità e non la qualità è il vero problema di ogni band emergente. Un booklet elegante e ruffiano, racchiude le dieci tracce di “Like Petals”, un piccolo scrigno di emozioni, che si depositerà nel cuore di tutti gli innamorati degli anni ’90, quelli in rock, a base di chitarre e batteria e, beninteso, non quelli elettronici. Il vero pregio di questo quintetto è quello di scrivere melodie semplici ed immediate, ma che profumano di non ascoltato. Su tutto la title track, un autentico ipotetico singolo spacca cuori. Per il resto, solo buone notizie, dai torridi riff di “Desert Ship” e “Dogs”, agli intrecci melodici che rimbalzano tra “Again” (scelta come primo video) e “Sev69”, alle ritmiche essenziali di “More Fun” e “Missea”, fino all’ipnotica “Saint Lips”, che chiude il CD, registrato, prodotto e mixato da professionisti come Alessandro Sportelli e Alessandro Paolucci, che vantano referenze a nome Prozac+, Baustelle e Raw Power. Già prevista l’uscita americana su Renaissance Records. I Saint Lips meritano il vostro tempo.
www.myspace.com/saintlips. (Gianni Della Cioppa)
D.F.A. “Kaleidoscope” (Moonjune Records)
Ricostruire la storia del veronesi D.F.A. ha il gusto dolceamaro che possiedono tutte le cose belle, ma incompiute. Autori nel 1996, dopo anni di sudore e coraggio, di un album di debutto, quel “Lavori in corso” accolto magnificamente dalla critica e dal pubblico di settore, il quartetto si ripete e supera tre anni dopo con “Duty Free Area” (estensione completa del loro nome). I risultati non mancano, tanto che suonano in alcuni festival prog sparsi per il mondo, raccogliendo il meglio al Near Festival americano del 2000, da cui estraggono l’anno successivo l’epitaffio “Work In Progress Live”. Silvio Minella alla chitarra, Luca Baldassari al basso, Alberto de Grandis batterista/cantante e Alberto Bonomi alle tastiere, depongono poi gli strumenti (ma non la passione), per le solite ragioni di convivenza tra sogni artistici e vita reale. Ma l’americana Moonjune Records, che in catalogo vanta i Soft Machine Legacy, ha restituito vigore ai quattro, prima con la riedizione di questi due album, in un doppio CD, corredato di ben tre brani dal vivo come bonus e poi strappando la promessa di una reunion, che sfocerà in un nuovo progetto discografico, già in fase di scrittura. Nel frattempo vale la pena (ri)scoprire il valore di questi primi due capitoli, in bilico tra stesure essenziali e mai superflue e tratteggi coraggiosi, in un altalena tra il gusto dei Gentle Giant e la forza dei King Crimson. Non aspettatevi il solito prog ridondante, qui il marchio di garanzia si chiama talento. (Gianni Della Cioppa)
NB Pubblicata sulla versione cartacea del giornale n. 646, maggioo 2008.
REVO “We Are Revo” (Bagana Records)
Con poco più di ventiquattro mesi di vita i padovani Revo, hanno edificato un suono talmente variegato, da insospettire persino un ascoltatore consumato come il sottoscritto. Il dubbio nasce spontanea ascoltando le undici tracce di un esordio tanto interessante, quanto gustoso all’ascolto. Si può infatti saltare da un rock sfizioso e trendy come “You God” ad una “Last Singin’ Of Siren” che pare arrivare direttamente dal repertorio dei Lemonheads. E che dire degli incroci tra grunge e pop di “Inside Inc.” e le tracce quasi FM di “Hold On”, che sfociano poi in una “Ex Paly” dai rimandi elettronici, con tanto di vagiti new soul? Insomma, è legittimo considerare una buone dose di ruffianeria, in fase di composizione del quintetto; composto da Paolo Da Villa, Tony Cavaliere, Roter Dumper, Fil e Biba (voce/synth, batteria, chitarra ritmica, basso e chitarra solista). Ma dopo alcuni ascolti, l’evidenza si stende davanti a noi, a guidare i Revo è invece il desiderio di abbracciare l’intero panorama rock, senza esclusione alcuna. E il bello è, che la cosa gli riesce talmente bene, che è impossibile non rimanere affascinati da “Banana”, sorta di pop angosciato o da “My Monkey” dove lo spettro del grunge – ripulito - torna a far capolino. Fantastici poi i ghirigori armonici di “Faded”, che evidenziano la padronanza vocale di Paolo Da Villa. Non possiedono lo spirito dissacratorio e irriverente dei Devo, la band di Akron, di cui omaggiano parzialmente il titolo dell’esordio, ma questi Revo, in quanto a versatilità e a gusto, non sono secondi a nessuno. Autentica rivelazione. www.wearerevo.com . (Gianni Della Cioppa)
MOONGARDEN “Songs From The Lighthouse” (Galileo Records/Audioglobe)
Tra alti e bassi, in quasi tre lustri di carriera, i Moongarden arrivano alla non facile meta del quinto album, definendo meglio il contratto con la label svizzera Galileo Records, che ne aveva veicolato anche il precedente “Roundmidnight”, di tre anni fa. La storia dei Moongarden è soprattutto la storia di Cristiano Roversi, polistrumentista e musicista geniale, che se ci fosse un minimo di giustizia in questa Italia, delle raccomandazioni e dei favori, dovrebbe vivere in una villa con servitù, accanto a John Wetton, di cui è amico. Roversi è un autentico talento, una mente infinita, che paga i limiti di un carattere poco incline ai compromessi e un’inevitabile instabilità artistica, tipica di chi ha molto, forse troppo, da dare e fare. Sempre colmo di progetti e idee, confuso e ribelle, Roversi per questo lavoro ha ripescato il cantante Simone Tosi Baldini (presente sull’esordio “Moonsadness” ed ex Midian) ed ha scritto un concept album, che trabocca atmosfere magniloquenti, in una girovagare di essenza e dispendio, di armonie, strumenti ed arrangiamenti, ora verbosi, ora essenziali. Oltre ai compagni d’avventura del gruppo, solido, preparato, insomma importante, ad ingigantire la qualità troviamo Andy Tillison dei The Tangent, che canta – bene, lui che è tastierista – il pezzo “That Child”. Atmosfere epiche e fantasy, per un album che i fan del prog ameranno in modo incondizionato, con i picchi di “Dreamlord” in chiave primi Genesis e “Emotionaut” con un cantato ispirato e coinvolgente. “Songs From The Lighthouse”, che vanta la copertina disegnata dall’artista bielorusso Ed Unitsky, è il vertice creativo, sin qui raggiunto dai Moongarden. Speriamo solo sia anche il punto di partenza, di un riconoscimento internazionale, meritato per qualità e tenacia. www.moongardenweb.com . (Gianni Della Cioppa)
OJM “Live In France” (Go Down Records)
Se musicalmente la Go Down Records è ancorata ad un suono roccioso di matrice psichedelica, che sfocia nello stoner e in tutte le implicazioni del tipo che amate mettere, per quanto riguarda la fruizione della musica stessa, dimostra invece di avere una visione futuristica. Infatti questo album dal vivo degli OJM, che arriva dopo otto anni spesi a incendiare concerti, tre dischi e innumerevoli collaborazioni (con Paul Chain e Gorilla, ma anche Bran Bjork!), è disponibile per il downloading gratuito, sul sito della label www.godownrecords.com e su www.rockit.it; . Mentre gli innamorati della forma fisica, lo potranno gustare da settembre, come splendido vinile colorato, in edizione limitata e nominale! Una bella idea, magari di stampo feticista e collezionistico, non condivisibile da tutti, ma – se può interessare – che trova invece, a differenza della musica scaricata gratuitamente, la mia piena approvazione. Tornando ai contenuti, gli OJM, lo dice il titolo stesso, sono da tempo una realtà internazionale del rock (hard) psichedelico, portano avanti un discorso fatto di passione e coinvolgimento, dove suonano, organizzano, collaborano, insomma amano, tutto ciò che gravita intorno ad un rock fatto di groove, cuore e sudore, con le chitarre che spianano riff, un cantato pieno e selvaggio e ritmiche che le fermi solo con una ruspa. Tra una “Everything Can Be A Magic” e un’esplosiva ed esplicita “Sixties”, c’è spazio anche per i bagliori di “Desert”, un rifacimento, cattivo al punto giusto di “Kick Out The Jams” di casa MC5, ma il meglio gli OJM ce lo riservano alla fine con i bagliori solari delle improvvisazioni di “Montpellier Session”. Trascinante e pieno di sentimenti forti, un vero live album. Credo proprio che prenoterò la mia copia in vinile. www.ojim.it . (Gianni Della Cioppa)
VERONICA MARCHI “L’acqua del mare non si può bere” (La Matricula/Venus)
A leggere la biografia di Veronica Marchi, cinque lustri di vita abbondanti, dei quali quattro vissuti per la musica e capace di fare incetta di premi, tra concorsi e festival, prima e dopo il debutto omonimo su CD “del 2005, viene da chiedersi cosa debba fare ancora un artista in Italia, per meritarsi, una considerazione che varchi la popolarità locale o la curiosità degli addetti ai lavori? Forse basterebbe solo la fortuna o la volontà di imbattersi in questo album. Ma occorre vincere la sgradita consuetudine all’odierna superficialità. Infatti “L’acqua del mare non si può bere”, seconda prova della nostra Veronica Marchi; con una copertina incantevole molto bello anche il booklet, che – finalmente – ci mostra la protagonista sorridente; necessita attenzione, sudore e passione, perché affronta temi personali, li contorce nelle budella e nella mente e li sputa fuori, sotto forma di luminose canzoni. La maturità vocale di Veronica è strabiliante, interpretazioni che impastano passione e sofferenza, melodie che incastrano leggerezza e magnifici incespichi ritmici e arrangiamenti mai sopra le righe. Tra i solchi di queste tredici canzoni è bandita la banalità e pur muovendosi in un territorio infuocato e sfruttato come la canzone d’autore, l’autrice rimbalza tra in . Dal riff pesante di “Splendida coerenza” ai rigagnoli antichi di “Silenzi”, cantata a mo’ di menestrello o la critica alle gerarchie della sincopata “Normale”. Si prosegue con il pianoforte che introduce e chiude “Un giorno senza te”, l’ariosità positiva di “Saldi di primavera”, la dolcezza timorosa di “Resisti” e “Il re del mondo”, il violino seduttore di “Tu non sei”, la ciondolante “Piccolo dialogo”, fino alla chiusura fatale di “Ancora cinque minuti!. Non c’è un solo tassello fuori posto, è cresciuta e maturata Veronica Marchi, metà chanteuse e metà cantautrice, che si nasconde per mostrarsi e viceversa. Se avete voglia di canzoni belle e vere, qui ne troverete in abbondanza.
www.veronicamarchi.it . (Gianni Della Cioppa)
RUBEN “Da qui non si vedono le stelle” (La Matricula/Venus)
Dopo un paio di lavori che esponevano il lato intimo e da formale cantautore, ecco finalmente il volto meno malinconico dell’artista veneto. Nonostante il titolo chiami in causa tratteggi poetici, che comunque non mancano, l’approccio stilistico appare sin dalla solida apertura con “Mario” - con quel drumming incavolato e “Storie di fango”, basso e chitarra che duettano - più suonato e meno pensato. Ruben ha smesso i panni del giullare del cuore, per scoprire il lato più rock del suo essere musicista, un passaggio elettrificato, che non altera gli equilibri della sua personalità artistica, ma infonde nuovi colori e ci permette di denudarne nuove prospettive. E affascina sentire la voce che graffia in “Gringo” (auto elogio o autoironia?), con un’irruenza che non ti aspetti, ma che coinvolge. Un rock tricolore, padano verrebbe da dire, visti i tempi, che incalza e brucia storie di provincia o visioni più “alte”, se pensiamo a “Sotto lo stesso cielo (Lettera da Kabul)”, cantata in duetto con la brava Veronica Marchi. Una successione di rime, che ne limita l’espressione lirica, non permette a “Cosa ha in testa la gente”, di affondare la lama fino in fondo, cosa che avviene in “La collina degli stivali”, filastrocca che rievoca il primo Angelo Branduardi. E quanti di voi riconoscono il vicino di casa in giacca e cravatta e 24 Ore al seguito, protagonista di “Noto Brambilla”? Un bell’organo Hammond e ancora la voce della Marchi, splendono nella delicata chiusura di “In luce”, ricamata con delicato pianoforte, una bella ballata, forse il pezzo migliore, sin qui scritto da Ruben, cantore di una provincia dove tutto cambia, ma tutto resta uguale www.rubenrock.com . (Gianni Della Cioppa)
MAGNETIC SOUND MACHINE “Chromatic Tunes” (Lizard/Eventyr/BTF)
In questa enorme marmellata sulla quale poggia qualcosa che per comodità chiamiamo mercato musicale, ma che in realtà è solo una testimonianza che l’entropia, non è un’invenzione della termodinamica, ma esiste. Come spiegare altrimenti, che cinque ragazzi, non più che ventenni, anziché distruggersi il cervello sui videogiochi, preferiscano imbracciare degli strumenti e fare musica? Si ma non suonare quelle lagne che l’indie di moda vuole, o quella specie di emocore che strimpellato non a New York, ma a Treviso farebbe ridere. No i nostri, nome altisonante, ma umiltà caratteriale, decidono che la musica da provare a proporre è jazz rock, perché una volta sono capitati tra i vinili di una band italiana, i Perigeo, e hanno capito che tutto quello che suona oggi nulla è, se confrontato a questo - come si chiama? - jazz rock bell’appunto. Incredulità. Altre parole non trovo per portarvi in dote l’entusiasmo che ho provato ascoltando le dieci tracce di questo esordio che suona libero, pulito e coraggioso, dove una tecnica di base, già fine, si intreccia con idee compositive ardite, ma non ingombranti. C’è gusto e raffinatezza tra questi solchi, con una chitarra solista che pare liquida e si intreccia con le tastiere e a tocchi di sax e flauto, per dare vita a canzoni prive di cantato, perché a nulla servirebbe una voce. Alla fine in “Bubble Trouble”, denominata ‘concept take’, divisa in quattro frammenti, affiora qualche raro tocco di modernariato, forse post rock, forse chissà, ma che è solo una logica estensione, di un suono privo di vincoli e mai cervellotico, che cattura dalla prima all’ultima nota. Puri, ma non matematici, che bella sorpresa questi Magnetic Sound Machine! www.webmasm.net . (Gianni Della Cioppa)
DEDALOGICA “Dedalogica” (Zeit/Eventyr/BTF)
Anni, decenni trascorsi a suonare, a dare un senso ad una passione, per ritrovarsi alle soglie del mezze secolo di vita e scoprire, che di tanta energia, nulla è stato fissato su CD. Arriva però l’occasione, offerta dalla Lizard, che con la sua filiale Zeit Interference, permette a questo quartetto campano (Avellino per la precisione), di dare sfogo alla scelta di non omologarsi – come spesso accade - sui sentieri della nostalgia, ma di guardare oltre, di cercare una possibile nuova soluzione. Perché il rock – rock? - progressivo una volta aveva l’ambizione di progredire davvero, di offrire una prospettiva se non nuova, almeno diversa, alla moltitudine di suoni che ovunque ci piovono addosso. Diciasette tracce, diciassette improvvisazioni, che danzano cupe come la colonna sonora di un film di David Lynch, incubi quotidiani frastagliate di sperimentazioni sonore ora jazz, ora rock, ora elettroniche ora… nulla. Niente da consumare a colazione, perché si attraversano i due minuti di “Transumanze parallele”, i quattro “L’insetticida acustico” e “Duartetto”, ma anche gli oltre otto di “Il topo grafico” e “Nuovo alfabeto”, per dare vita alla volontà di non fermarsi alla superficie, perché tutto è possibile dove c’è la tenacia di evitare l’evitabile. Dedalogica, l’album e la band, sono il risultato di chi si scaglia contro il conformismo e tra tastiere inquiete, campionature, fiati (sax vari, trombe e flauti) e occasionali chitarre e basso, risvegliano antichi demoni di Soft Machine e certe evoluzioni di scuola Trans Am e Servotron, che sembra ieri, ma è roba che ha già più di dieci anni. Due medici, un architetto e un insegnante, che invece di litigare per un pallone, disegnano e suonano allucinazioni e incubi, coraggiosamente, contro l’apatia musicale. Perché, come dicono loro stessi, sono una ricerca di idee connesse e coerenti in un intrico di vie e passaggi.
Ostici e affascinanti. www.lizardrecords.it . (Gianni Della Cioppa)
J 27 “J 27” (Costa Ovest Recods/Andromeda Distribuzioni)
Se musicalmente trovano ispirazione in un rock arcigno e d’annata, va riconosciuto a questo quintetto toscano di aver scovato un nome assolutamente originale. J 27 vuole essere un omaggio alle famose tre J del rock, Janis Joplin, Jimi Hendrix e Jim Morrison, tutte scomparse all’età di 27 anni. La band allarga il raggio anche al geniale Brian Jones dei Rolling Stones, musicista fondamentale, ma – va detto – non così universalmente noto come i suoi sfortunati colleghi. Inevitabilmente il suono si rifà al rock che fu, con quell’incedere grezzo, fatto di riff sporchi, ma ben modulati, sempre in equilibrio tra melodia ed energia. Il vero grande merito dei J 27, anche se per i più superficiali potrebbero scambiarlo per un limite, è quello di utilizzare il cantato in italiano. La cosa notevole è che il risultato funziona, merito della convincente voce di Marco Biuller, perfettamente calato nel ruolo di interprete, capace di ottenere le giuste inflessioni, con la chiusura delle vocali (il fardello più complesso delle lingue latine), adoperato con abilità. Nove brani, puntellati su due chitarre e su una funzionale sezione ritmica, per un suono classico, che emerge al meglio tra i solchi di “Pazzia”, di cui esiste anche un bel video, “Mi ferisci”, “Sento il bisogno”, “Settimo giorno” e Sono un re”, a testimonianza che la giovane età limita solo l’esperienza della band, ma non la scrittura dei pezzi. Per un definitivo salto di qualità, consiglierei l’ingresso in formazione di un bell’organo Hammond vecchio stampo, saprebbe colorare alcuni passaggi strumentali poveri ed ancora incompiuti. Bella sorpresa. www.myspace.co,/j27band . (Gianni Della Cioppa)
RENEGADES COSMIC RIDERS “Tiwst The Wick” (Autoprodotto/Go Down Records)
Le continue uscite, anche in Italia, ancorate ad un suono hard rock (e dintorni), testimoniano indelebilmente di una nuova generazione che sembra aver saltato a piè pari due decenni, ad esclusione di qualche piroetta nel grunge e nello stoner, per ritrovarsi invischiata negli anni ’70 belli e puri. In questo senso, con l’esordio dei Renegades Cosmic Riders, è ancora il Veneto a dimostrarsi terra ricettiva per questo suono. La band dell’area trevigiana, non è formata da giovanissimi e vanta un passato (ed un presente), come nota cover band di classici di Led Zeppelin, Whitesnake, Rolling Stones, ZZ Top e via andare, ma qui si presenta con un mini Cd autoprodotto, ben confezionato, contenente cinque pezzi originali, che non possono che derivare dai tanti idoli che la omaggia. A livello compositivo il gruppo appare vincolato a schemi collaudati, ma il collante dell’energia sopperisce ad alcune ripetizioni di troppo. Il collante del sound è l’Hammond dell’esperto Chris JJ Lord, il vero elemento di distinzione che porta inflessioni in chiave Deep Purple/Rainbow, anche se l’intera band appare preparata tecnicamente, compreso il cantante inglese Ren, un tocco di distinzione non indifferente. Il contenuto generale del Cd è di buon livello, ma “Shot Outta Hell” e “Midnight Sun” sono a mio avviso, i due brani più incisivi e meglio definitivi, capaci più degli altri, di staccarsi dai vincoli dei mille riferimenti che pesano, fortunatamente che sia chiaro, sulla genesi di questo interessante gruppo. Si attendono ulteriori sviluppi. www.renegades.it . (Gianni Della Cioppa)
PUTIFERIO “Ateateate” (Roborradio Records)
Non fatevi ingannare dalla banalità del nome (in Italia – e oltre - girano infiniti Putiferio, purtroppo non solo musicali…), questi sono quelli “moderni”. Arrivano da Padova e i quattro singolarmente vantano innumerevoli esperienze tra i sentieri dell’indie rock nazionale, una scena – se tale è – che non conosco così bene come forse dovrei, ma che ha tentacoli talmente diramati che anche un esperto faticherebbe a districarsi. I nomi del passato o attuali (alcuni componenti dividono più esperienze), sono Kelvin, Lodio, Antisgammo e Hugh, ma il più accreditato ad assumere il ruolo di referenza, è certamente il batterista Giulio, ex One Dimensional Man ed ora dietro i tamburi dei i chiacchierati Il Teatro degli Orrori. Un suono bianco e devastante che non conosce ostacoli, che sembra non avere origine né destinazione, questo il percorso dei Putiferio, che rielaborano il loro personalissimo concetto di rock, con un incedere drammatico e disarmonico. L’iniziale “Give Peace A Cancer”, parte come una tarantella violentata dal noise, per poi assumere i connotati del doom più fangoso. E se “Carnival Corpse For Serbers” pare un gioco di rimandi tra industrial metal e punk, a sorprendere è l’esplicita “Putiferio Goes To Hell”, sorta di colonne sonora per menti distorte, una suite per sonorità aliene, alienanti e disallineate. In chiusura, dopo due tracce assassine, lo sludge tribale di “HOLES Holes HOLES” . I Putiferio non subiscono il rock, lo reinventano. Capire se si tratti di genio o insolenza è compito del singolo ascoltatore. www.myspace.com/putiferio . (Gianni Della Cioppa)
GUSTER
‘GANGING UP ON THE SUN’
(RYKO/Audioglobe)
They’re an american band
Complimenti all’Audioglobe che amplia il suo vasto carniere, con la distribuzione del catalogo Ryko, roba per intenditori. I Guster, con questo ‘GUOTS’ giungono al quinto album, con il debutto ‘Parachute’ addirittura del 1994 e si propongono come quartetto, con l’ingresso del polistrumentista Joe Pisapia. Adoro band come i Guster, ragazzi che partono dal college, che mollano tutto e girano le università, suonando nei campus per dei loro coetanei e scalano un certo tipo di notorietà, giorno dopo giorno, utilizzando gli album come pretesto per fare concerti. Una cosa che mi ricorda i primi REM! Negli anni il loro suono è maturato ed ha ampliato gli orizzonti, ma non si è mai snaturato, un hard pop a tutto tondo, con echi di psichedelia, cavalcate strumentali sulla scia delle jam band, impasti vocali in stile west coast e quel tocco indie che non deve mancare. I voli di ‘Ruby Falls’, le melodie di ‘Satellite’, ‘Lighting Rod’, gli incroci ritmici di ‘Dear Valentine’ e il folk che appare ovunque. Un signor album, tipicamente americano. (Gianni Della Cioppa)
KAIPA
‘ANGLING FEELINGS’
(Inside out/Audioglobe)
Guida al prog rock
Da quando Roine Stolt (Flower Kings e molto altro), ha lasciato le redini in mano al tastierista Hans Lundin, i Kaipa hanno sfornato due album veramente notevoli, il precedente ‘Mindrevolutions’ e questo ‘Angling Feelings’. Ed in totale siamo a quattro, tutti a base di un rock progressivo magniloquente, con tracce pomp, lunghe parti strumentali e voci suadenti, soprattutto se a governarle è il talento di Patrick Lundstrom dei Ritual, meno se è l’esile vocalità di Aleena Gibson. Se escludiamo ‘The Fleeting Existence Of Time’ che supera i dodici minuti e tre brani, compreso l’ottimo ‘The Glorious Silence Within’, che hanno una lunghezza maggiore, le altre sei tracce si assestano tutte sui quattro minuti, lo spazio perfetto per ottenere una canzone memorizzabile. Ed infatti la forza di questo ‘AF’ è di puntare con più decisione sulla sintesi e di racchiudere melodie bellissime in spazio ristretti, ottenendo il risultato che il CD si ascolta con grande gusto, senza perdere nulla del concetto di prog rock. (Gianni Della Cioppa)
FRANK MARINO
‘FROM THE HIP’
‘DOUBLE LIVE’
(Yellow Label/Audioglobe)
Guitar man
Del canadese Frank Marino, uno che vive di aria e chitarra, ci siamo occupati, senza lesinare spazio ed entusiasmo sul numero 3 di questa rivista. Cogliamo l’occasione di tornare su quei passi, in occasione delle ristampa di due album (con bonus), ritenuti marginali, perché pubblicati nel 1988, ovvero in un periodo considerato da retrobottega per la carriera di Frank. In realtà, soprattutto ‘Real Live’ è un documento gigantesco, della forza trascinante di questo musicista, che ancora oggi, a circa quaranta anni dai suoi primi passi artistici, non ha perso nulla del sua energia. ‘From The Hip’ concede spunti di rinnovamento, appaiono infatti fiati e qualche tastiera, ma non manca il rock. Avrete capito che il consiglio è quello di concentrare il vostro interesse su ‘Double Live’, autentico torrente di energia, per un chitarrista che negli anni d’oro, diciamo seconda metà abbondante dei ‘70, con i suoi compagni Mahogany Rush, si permetteva di avere come spalla gente del calibro degli AC/DC! (Gianni Della Cioppa)
STEVE THORNE
‘PART TWO: EMOTIONAL CREATURES’
(Giant Electric Pea/Audioglobe)
Classicità prog
Nuovo capitolo per questo concept, che arriva a due anni dal primo e che conferma Steve Thorne come uno dei personaggi di spicco della scena revival del prog rock classico degli anni ’80, con reminescenze di Marillion, IQ e Pallas. Il polistrumentista, come nel precedente capitolo, si circonda di ospiti altisonanti quali Nick D’Virgilio, Geoff Downes e Tony Levin, ed anche i nuovi arrivati non sono da meno, Pete Trewevas (Marillion) e Gavin Harrison (Porcupine Tree), senza dimenticare John Mitchell, uno che spinge sui motori compositivi di Kino e Arena. Il CD scorre serenamente, ha buoni picchi, come ‘Hounded’, ‘6am (Your Time)’ e ‘The White Dove Song’, il pezzo più bello e memorizzabile. Ma sembra gravare l’ordine di non affondare mai i colpi, persino la voce di Steve Thorne su adagia su registri quieti, lesinando qualche impennata di grinta, che non ferirebbe nessuno. I temi ecologisti e illuminati delle liriche richiedono pacatezza, ma alla lunga affiora inevitabilmente qualche traccia di ripetitività. (Gianni Della Cioppa)
AMON DULL II
‘CARNIVAL IN BABYLON’
‘LIVE IN LONDON’
‘WOLF CITY’
‘VIVA LA TRANCE’
(InsideOut/Audioglobe)
Cosmic music al top
Dopo ‘Yeti’ e ‘Phallus Dei’, che li precedono di pochi mesi, sono questi gli album che rappresentano al meglio gli Amon Dull II, i più autorevoli e pazzi ambasciatori della cosmic music, quella corrente musicale nata in Germania nei primissimi anni ’70 e che, per un attimo, sembrava aver rivoluzionato il rock, di fatto slegandosi da esso. ‘CIB’ del 1971 è un lavoro intenso, scorrevole, la punta in termini di notorietà della band, un caposaldo dell’epoca, da possedere assolutamente. Sulla stessa scia, ma con qualche concessione melodica di troppo, per la rigida critica dell’epoca, il successivo ‘Wolf City’. ‘Live In London’, che segue all’incerto ‘Utopia’, al momento non ristampato, è l’unico album dal vivo del primo periodo e pur con tutte le imperfezioni, è un documento inestimabile della follia che permeava i concerti del combo tedesco, con improvvisazioni senza freni. Tocca poi a ‘Vive La Trance’, che fa capolino nel 1973 e risente in parte di atmosfere meno claustrofobiche. Interessante, ma per molti è il disco che chiude un’era, quella creativa, non solo del gruppo, ma dell’intera cosmic music. (Gianni Della Cioppa)
DR. JOHN
‘TRADER JOHN’S CRAWFISH SOIREE’
(Blue Label/Audioglobe)
New Orleans original sound
Malcolm Rebennack diventa Dr. John, o viceversa, lo stesso giorno che nasce, ovvero il 21 novembre del 1941, a New Orleans naturalmente. Il padre ha un negozio di dischi e Malcolm è un sessionman e autore di valore a soli quattordici anni. Musicista multiforme, polistrumentista, cantante, autore, personaggio stravagante e autentica colonna portante del blues, Dr. John rappresenta la storia delle sue terre, la Louisiana (che io ho imparato a conoscere - tanto tempo fa, forse troppo tempo fa - leggendo i fumetti di Zagor!!), di cui canta miserie e splendori sin da ragazzino. Ha collaborato con un’infinità di musicisti, ma la sua discografia non è così folta, come potrebbe essere quella di un’artista che debutta nel 1965 con la dichiarazione di fede ‘Dr. John & His New Orleans Congregation’, anche a causa di problemi di salute, legati all’uso e abuso di eroina. Questo doppio CD raccoglie materiale, anche raro, del primo periodo e, ve lo giuro, è di una bellezza sorprendente, con la sua voce ruvida e melodica, che mescola folk, blues, jazz e riti voodoo, con tanto di fiati e piano, il suo vero strumento. Ne riparleremo. (Gianni Della Cioppa)
THE ELECTRIC FLAG
‘AN AMERICAN MUSIC BAND’
‘A LONG TIME COMIN’’
(Yellow Label/Audioglobe)
Capolavori assoluti
Prendete gli ultimi spiccioli che vi sono rimasti e correte a comprare questo CD. Ci trovate dentro il secondo e terzo album, entrambi del 1968 (‘The Trip’ l’esordio del 1967, è una specie di colonna sonora e il quarto ‘The Band Kept Playing del 1974 è frutto di un’inutile reunion), degli Electric Flag, autentici antesignani del melting pot, con il loro rock maculato, dove confluivano r’n’r, blues, r&b, soul, funky, il tutto sostenuto da una sezione di fiati che ingigantiva il senso di unicità. E se pensate che non ci troverete grandi canzoni, vi sbagliate di grosso, perché giganti come Harvey Brooks, Mike Bloomfield (Supersession, solista), Nick Graventies (futuro Quickslver e Big Brother) e Buddy Miles, conoscevano altresì come scrivere brani, e quando si affidavano a composizioni altrui, sapevano cosa scegliere. Non stiamo parlando di una band marginale, in tre anni gli Electric Flag (segnatevi che ‘AAMB’ è noto anche come ‘Electric Flag’), hanno scritto a caratteri cubitali una delle pagine più entusiasmanti del rock americano, quello più coraggioso e che ancora oggi mostra muscoli e cervello, esattamente come allora. (Gianni Della Cioppa)
EMBRYO
‘STEIG AUS’
(Universal/Audioglobe)
Autentici innovatori
Fa sorridere che qualcuno consideri il rock etnico una scoperta più o meno recente, quando i tedeschi Embryo nel 1973, aprivano il loro quarto album con ‘Radio Marrakesch/Orient Express’, che fonde jazz, andature africane e psichedelia in modo assolutamente geniale. E pensare che si tratta di registrazioni di due anni prima! Band davvero straordinaria, questa degli Embryo, capace di dare un volto nuovo al rock del proprio tempo e che, nonostante, un successo solo marginale, ma il plauso della critica sin dagli esordi impastati di ‘Opal’ del 1970, non ha mai smesso di stupire, seguendo solo l’istinto, scortando esclusivamente la magia del rinnovamento. Sono passati musicisti internazionali di grandissimo spessore tra le fila di questa comune, retta da Christian Burchard (batteria e molto altro), tutti stregati dalla magia di un suono che pare non avere una collocazione né temporale né strutturale. Ancora potete vederli in qualche festival sgangherato e, ve lo garantisco, restereste estasiati, un’esperienza quasi divinatoria. Band unica e questo album è uno dei loro vertici. (Gianni Della Cioppa)
EMERSON LAKE & PALMER
‘TRILOGY’
(Sanctuary/Edel)
La sintesi (quasi) perfetta
A coronamento di un articolo che prende in esame i primi anni, i più creativi, degli EL&P, vi segnaliamo un album, il quarto della carriera del 1972, che in qualche modo potrebbe rappresentare la sintesi di quello che sempre avrebbe dovuto e forse voluto, essere questo super trio. I numeri dicono infatti che si tratta del loro album più venduto all’epoca, secondo in patria e quinto in America. Un lavoro non indenne da pecche, secondo la rigida critica, che non perdona ai tre l’eccessivo tecnicismo e la ricerca continua di arrampicate compositive, lontane, va detto, da risvolti commerciali, ma che stregavano così bene il pubblico di quegli anni. Nonostante ciò ‘Trilogy’ appare l’album che rispecchia il maggior equilibrio tra i cinque lavori fondamentali della prima parte di carriera (prima insomma del tour de force dal vivo - inutile? - ‘Welcome Back My Friends…’), dove, pur tra suite ed esibizioni di forza strumentale, c’è una buona forza melodica d’insieme. La ristampa offre solo una versione dal vivo di ‘Hoedown’. (Gianni Della Cioppa)
HOME
‘HOME / PAUSE FOR A HOARSE HORSE’
(Yellow Label/Audioglobe)
Rock & country marginale
Autori di un trittico di dischi su Epic, una label storica del rock americano dei seventies, dipanati in soli diciotto mesi, gli Home sono in qualche modo conosciuti tra gli amanti dell’hard rock, per aver dato i natali artistici al chitarrista Laurie Wisefield, che finirà poi nei Wishbone Ash, un’altra band non certo per ascoltatori superficiali. Ma la vera caratteristica di questi Home è che erano inglesi, ma suonavano un country (sounthern) rock tipicamente americano, ed ecco spiegata la firma per la Epic, che cercò di promuoverli, senza fortuna, oltreoceano. Un rock rurale; puntellato su chitarre competenti e ben disegnato dalla voce dell’altro chitarrista Mike Stubbs, autentico punto focale compositivo del gruppo; ma che non spicca mai il volo. Questo CD, che raccoglie i primi due album degli Home (il terzo, ‘Alchemist’, è del 1973), ha il fascino, che emanano tutte le opere del passato, ma resta oggettivamente un prodotto di nicchia. (Gianni Della Cioppa)
JOHN LEE HOOKER
‘THE BEST OF FRIENDS’
‘BOOMBOOM’
‘CHILL OUT’
(SPV/Audioglobe)
In ginocchio davanti al re
Il viso scolpito tra le righe e un sorriso perso forse nei ricordi del tempo. Con il tempo che è solo un elemento, come tanti, nemmeno il più importante. Il più in assoluto è piuttosto il blues, quello antico che scorre anche in questa selezione di duetti, canzoni assemblate dai dischi più vicini a noi. Un blues non sempre squamoso come quando John lo suonava da ragazzo, ma che mantiene la stessa intensità, anche quando appare la chitarra leggiadra di Santana o quelle devota di Clapton e Ben Harper, ma che cresce allorché salgono al proscenio la voce ammaliante di Van Morrison o quella brillante di Bonnie Raitt. Ci sono anche tre pezzi che erano stati composti per l’occasione (è una ristampa ampliata) e un inedito ‘Up and Down’, presente solo nell’edizione giapponese di questa antologia. Un disco che è un brivido continuo. Un’ottima occasione per riportare a galla anche ‘Boomboom’ e ‘Chill Out’, due tra i migliori album dell’ultima produzione, di sua maestà John Lee Hooker. Diffidate dalle imitazioni. (Gianni Della Cioppa)
PACIFIC GAS & ELECTRIC
‘ARE YOU READY / PACIFC GAS & ELECTRIC’
(Yellow Label/Audioglobe)
Hard soul marginale
Edificati a Detroit alla fine dei ’60, beatificati dalla soundtrack di “Grindhouse” ultimo film di Tarantino, verranno ricordati per il singolo ‘Are You Ready?’ che trascina il loro terzo album e per avere un cantante di colore, tale Charlie Allen, un fatto assolutamente inconsueto per l’epoca. Elemento che di fatto è il vero polo distintivo del gruppo. Per il resto, nonostante le buone referenze (il batterista Frank Cook ex Canned Heat e il chitarrista Glenn Schwartz, ex James Gang), non troveranno mai grossi consensi, né di pubblico né di critica, anche per aver generato tre dischi privi di identità - tante le cover – e mai definiti stilisticamente. In questo doppio album, troviamo il secondo del 1969 (l’esordio è ‘Get It On’), che porta il nome del gruppo, che appare più energico e personale, con ‘Bluebaster’, ‘Miss Lucy’ e ‘Redneck’ di Jou South davvero convincenti, mentre in ‘Are You Ready’ (di un anno più tardi), a parte il singolo citato (stranamente nel titolo del 33 giri non appare il punto di domanda!), si salvano solo il r’n’r di ‘Elvira’ e una buona versione del classico ‘When A Man Loves A Woman’. Una band minore. (Gianni Della Cioppa)
RUSH
‘Snakes & Arrows’
(Anthem/Warner)
Razza superiore
Non cambieranno mai questi tre geni canadesi. Lavorano in silenzio e sono sempre un passo avanti a chi crede di conoscerli. Nonostante certa critica li ignori da sempre, i Rush da più di tre decenni dipingono di colori inediti il mondo del rock. Ed ogni loro uscita sorprende, seduce, emoziona. Come questo ‘S&A’, che arriva a cinque anni di distanza da ‘Vapor Trails’, in mezzo un live stratosferico, antologie e DVD. Inutile dire che anche questa volta si ha la sensazione di ascoltare qualcosa di unico, sia dal punto di vista della produzione, che da quello prettamente compositivo. Tecnicamente siamo a livelli mostruosi, ma questa volta le canzoni paiono addirittura superiori al recente passato e ‘Far Cry’, ‘The Main Monkey Business’ (uno strumentale neo prog all’ennesima potenza), ‘Spindrift’ (che riff !!), ‘The Way The Wind Blows’ dal tocco blues, i rivoli acustici di ‘Hope’, ‘Faithless’ che avanza regale, ‘Good News First’ e le altre sono qui a dimostrarlo. Peart, Lee, Lifeson, unici ed inimitabili. (Gianni Della Cioppa)
SCORPIONS
‘LONESOME CROW’
(Universal/Audioglobe)
L’esordio rinnegato
Dimenticate gli Scorpions hendrixiani e quelli tutta energia e power ballad degli anni ’80. Azzerate tutto perché questo ‘Lonesome Crow’, prima tappa di un viaggio che regalerà conti in banca con parecchi zeri, profuma di tutti gli umori lisergici che vagavano nell’aria in quel periodo. Ascoltiamo così un Klaus Meine tenebroso (irriconoscibile dietro dei baffoni enormi!), che si incunea tra fraseggi che sanno di flower power (‘I’m Goin’ Mad’), aperture all’hard rock britannico (‘Leave Me’), accenni jazz rock in ‘Action’, passaggi acustici affascinanti (‘In Search Of The Peace Of Mind’), fino alle sperimentazioni della title track, in una bozza di tutto quello che sarà la band con l’ingresso di John Uli Roth. Ma nonostante un sound acerbo e difforme, la chitarra di Michael Schenker già splende sovrana, figlia di un talento precoce e allucinogeno, colto un attimo prima di essere rapito dagli UFO, con cui gli Scorpions avevano diviso il palco in tour. Affascinante. (Gianni Della Cioppa)
TINARIWEN
‘AMAM IMAN’
(Ponderosa)
Sun rock
Anni fa il trio bianco, sudafricano dei Tribe After Tribe aveva dato una scossa clamorosa al rock, mescolando cadenze preistoriche e ritmi moderni. Con i Tinariwen il passo è molto più coraggioso (e logico), si tratta di autentici nomadi (ed ex ribelli) del Tuareg che, coperti da turbanti e mantelli, con i loro strumenti preistorici, camuffati da chitarre elettriche, cantano in lingua madre delle difficoltà di vivere braccati, dell’acqua che non c’è (il significato del titolo è “l’acqua è vita”), dei pochi ricchi che dominano intere popolazioni africane e di sensazioni sepolte. Non si tratta di un operazione commerciale, i Tinariwen esistono dal 1979, più di una volta si sono scontrati con le forze governative e hanno faticato per farsi rispettare dagli anziani dei villaggi e che hanno fatto breccia, anche grazie alla stima espressa da Robert Plant. ‘Aman Iman’ avanza lento e pacato, proprio come si cammina nel deserto, e come la notte che cala all’improvviso e gela le ossa, così la loro musica, sa essere passionale e terribile allo stesso tempo. Una musica che sa realmente di viaggio e culture antiche e l’incontro con il rock e il blues è stato determinante, per l’evoluzione del loro suono, come loro stessi raccontano. Un disco diverso. Finalmente. (Gianni Della Cioppa)
THE TREWS
‘DEN OF THIEVES’
(Bumstead/Audioglobe)
È canadese la next big thing dell’hard rock
Come tutte le vere rock band, anche i canadesi The Trews si sono conquistati una reputazione prima come eccellente live band e poi con un album, l’esordio ‘House Of Ill Fame’ arrivato dopo due EP. Passano diciotto mesi ed è la volta di questo ‘Den Of Thieves’ che viene stampato in Europa con altri due anni di ritardo (e due bonus track), dopo aver entusiasmato il pubblico d’oltreoceano. Sono Mistura fantastica di hard rock classico, sulla scia dei Led Zeppelin, con il tocco americano e penso ai Counting Crows, che sfocia vagamente nei REM più ruvidi, quando si tratta di ballate (le splendide ‘I Can’ Say’ e ‘Naked’ per esempio), con la voce di Colin MacDonald calda e convincente, i The Trews si apprestano a conquistare i cuori di tutti gli innamorati dell’hard rock. Qui c’è feeling, energia, poesia e canzoni, grandi canzoni ‘Fire Up Ahead’, ‘Cry’, la title track, ‘Got Myself To Blame’ tanto per citarne qualcuna. Produce il redivivo Jack Douglas (Aerosmith, BOC…), una garanzia assoluta. (Gianni Della Cioppa)
WICKED MINDS
‘LIVE AT BURG HERZEBERG FESTIVAL 2006’
(Inakustik/Black Widow)
L’hard rock come l’avete sempre sognato
Sono il gruppo italiano che meglio ci rappresenta in giro per il mondo, in termini di hard rock classico. Attiva da oltre tre lustri, la band si è costruita nel tempo una solida reputazione ed ora meriterebbe di diritto l’attenzione anche dello spento pubblico rock italiano. Gli ultimi due album di studio sono autentici capolavori di hard tra Uriah Heep e gemme hard prog minori (solo in termini di popolarità, non creatività). Ora questo live, registrato in Germania, li consacra definitivamente come degni discendenti di quelli che un tempo (e forse ancora oggi) erano i loro idoli. Tecnicamente eccellenti, i cinque musicisti dei Wicked Minds, si destreggiano alla grande come compositori, ma è soprattutto sul palco, con brani lacerati, tessuti e ricostruiti, che dimostrano di essere degni dei paragoni che la stampa gli ha incollato addosso. Otto brani intensi, selvaggi e melodici, che odorano di magia hard rock, che ci fanno rivivere emozioni perse nel tempo, a cui non manca quel pizzo di originalità, che li rende unici. Una grande, grandissima band! (Gianni Della Cioppa)
GRAND SOUND HEROES
‘FUEL’
(Go Down Recods/Audioglobe)
In quel limbo dove hard e classic rock si incrociano per imparentarsi con lo stoner, nascono i Ground Sound Heroes, provenienti da un’imprecisata città del nord est d’Italia, terra di commercio, industrie e alienazione. I sei pezzi che compongono questo mini CD evidenziano una buona scrittura, con parti strumentali ben delineate, ma manca il guizzo che li faccia ricordare. Hanno maturato esperienze live con Nebula, Brant Bjork e molti altri ed è proprio sul palco che la band, raccontano le cronache, sembra dare il meglio di sé. (Gianni Della Cioppa)
GORILLA
‘ROCK OUR SOULS’
(Go Down Records/Audioglobe)
Il trio inglese dei Gorilla si è sempre venduto male. Sono al terzo album, dal vivo sono un terremoto, ma non vanno oltre quegli attestati di stima tiepidi, che sanno di pacca sulle spalla. Gli otto brani sfoggiano molteplici ed immaginabili influenze, si va dai Motorhead ai Black Sabbath (alcune volte clonati), ma non mancano ombre psichedeliche e cadenze doom. Rock privo di inclinazioni commerciali, che alcune volte frutta anche canzoni niente male e penso a ‘Come On Now’, ‘Praying Menace’ e ‘Hot Cars’. (Gianni Della Cioppa)
LOSFUOCOS
‘REVOLUTION’
(Go Down Records/Audioglobe)
Giocando con il fuoco questo trio italico sceglie divertenti pseudonimi come Denfuocos, Mikefuocos e Padofuocos, rispettivamente basso, batterista e chitarrista/cantante. Con una line up di questo tipo, a meno che non ti chiami Muse, non ci si dovrebbe attendere altro che r’n’r sverniciato di qualsiasi inutile lacca ed invece i Losfuocos ci sorprendono con undici dieci canzoni originali di grande fattura, una sorta di Kiss prima maniera con un tocco di recente rock’n’roll scandinavo, ma qui la melodia abbonda e quindi trova una logica anche il rifacimento di ‘Day Tripper dei Beatles. Senza mezzi termini ‘Gonna Doing All Right’ è un potenziale hit che incendierebbe qualsiasi radio non venduta al pattume (cosa rara dunque!), con quel suon refrain a pieni polmoni, mentre sotto è un mulinare di chitarre. Ma il trio mette a fuoco altre grandi rock song con ‘Suzanne’, ‘Over The Top’, ‘Great Raid Dreaming’ e ‘Rely On Me’. In chiusura una pimpante ‘The Rock Empire’ divisa con la voce di Lu Silver degli Small Jackets. Una sporca e gradita sorpresa! (Gianni Della Cioppa)
BATTLES
‘MIRRORED’
(Warp Records)
Gli ultimi geni del rock?
Quando davvero non te l’aspetti, ecco l’incredibile. L’album che ti fa svegliare dal torpore di tanto piattume o di tanta bellezza preconfezionata. Ecco il CD che smuove le viscere dello stomaco, che restituisce fiducia e che ti convince che si, ne vale ancora la pena essere qui ad attendere il miracolo. Il prodigio in questione si chiama Battles ed arriva dall’America, un quartetto all’apparenza freddo, ma bastano due ascolti, non di più e ti accorgi che questi pazzi hanno fuso King Crimson, Yes, Rush e Don Caballero in una sola mistura, che dietro il loro apparente distacco c’è poesia e amore, che tra le pieghe della loro tecnica rimbalza il pianto della natura e che se tutto appare ostico in realtà tutto si dipana logico (o illogico), armonioso, direi quasi commovente. ‘Morrored’ è il frutto di un talento che al momento non trova paragoni. Questo album vi cambierà le prospettive per il futuro del rock. C’è ancora speranza. (Gianni Della Cioppa)
THE DOORS
‘THE VERY BEST’
(Elektra/Warner)
Per tutti i gusti
A quaranta anni dall’esordio dei The Doors e in compagnia di ampia risonanza letteraria, ecco la ristampa del catalogo targato Jim Morrison e altre gemme. La prima strenna è un box a mo’ di portone con l’occhiello che ci permette di vedere Jim che ci bussa alla porta. All’interno i CD pieni di tracce bonus e confezionati con stupendi libretti arricchiti di foto e tantissime informazioni, con ben sei DVD allegati, con vari filmati rari, dal vivo e televisivi. Ora nei negozi si trovano i singoli album con le tracce bonus (alcune decisamente belle, soprattutto quelle dal vivo), il tutto sintetizzato in un’antologia in ben tre versioni. La prima singola con i classici ridotti allo scheletro, un’altra doppia con il meglio allargato ed una terza a mo’ di libro che oltre ai due dischetti, offre un DVD con cinque pezzi dal vivo. I pezzi che ascoltiamo sono gli stessi che girano da anni nelle antologie dei The Doors (quindi i vari ‘Riders On The Storm’, ‘Light My Fire’, ‘Break On Through (To The Other Side)’, Roadhouse Blues’ e via andare), ma che non hanno perso una stilla del fascino originale, a testimonianza di quanto i The Doors fossero avanti luce. A chiosa di tutto, il box di cui sopra è stato da poco pubblicato in versione mini, ma con tutto il materiale citato, ad un prezzo ridotto, ma sempre impegnativo. E Jim se la ride di gusto. (Gianni Della Cioppa)
ANTONIUS REX
‘SWITCH ON DARK’
(Black Widow/Masterpiece)
Arte e genio non hanno età.
Ventisei anni sono passati da ‘Praeternatural’, ultimo lavoro che pareva chiudere il cammino esoterico intrapreso da Antonio Bartoccetti. ‘SOD’ segna invece il ritorno attivo (escludendo il postumo ‘Magic Ritual’ del 2004) dell’artista marchigiano. Nonostante siano divisi da quasi un trentennio, ‘Switch On Dark’ appare come l’ideale seguito di ‘Praeternatural’; entrambi legati da un filo comune, un velo mistico, che da sempre ha fatto da tramite fra i vari dischi di Bartoccetti, concepiti come a formare le tappe di un unico viaggio iniziatico alla scoperta di sé stessi. L’artista, sempre accompagnato dalla fatale Doris Norton, riesce nella difficile impresa di attualizzare il proprio caratteristico sound senza snaturarne l’essenza. Rispetto al passato il cantato declamatorio di Antonio è ridotto all’osso; gli altri elementi ci sono invece tutti: rintocchi di campane a morto, orrorifiche note d’organo, ipnotiche litanie, respiri/sussurri diabolici e la consueta alternanza fra parti chitarristiche e porzioni tastieristiche/operistiche. In mezzo a quest’opera cerimoniale, si ergono la lunga title track e, soprattutto, la spiritica ‘Fairy Vision’, due brani che possono essere stati concepiti solamente da un artista che da decenni vive in relazione con l’occulto e non lo teme, anzi ne sa apprezzare e sfruttare ogni angolazione. Anima Morte Caret. (Marco Cavallini)
ALAN MORSE
‘FOR O’CLOCK AND HYSTERYA’
(Inside Out/Audioglobe)
Nonostante, con l’abbandono del fratello Neal, gli Spock’s Beard pesino molto di più sulle sue spalle, Alan Morse, un attimo prima di partire in tour con la sua band, ha trovato il tempo per esordire da solista, con l’aiuto di tutti gli Spocks, del fratello e del violista Jerry Goodman. Ne viene fuori un album strumentale che contamina fusion e rock progressivo, con inserti di jazz. Nulla di cui impazzire ed anche se piacciono alcune melodie, in fondo è l’ennesimo capitolo di una saga, dedicata alla tecnica più che al feeling. (Gianni Della Cioppa)
DARYL STUERMER
‘GO’
(Inside Out/Audioglobe)
Chitarrista di vasta cultura, noto per essere dal lontano 1980 parte integrante degli spettacoli dal vivo dei Genesis (ma ha contribuito anche alla carriera solista di Phil Collins e altri), Daryl Stuermer è musicista sensibile, lontano da esternazioni di tronfia tecnica. Ma resta l’evidenza che anche un talento come il suo, resta imprigionato dalle pareti anguste di un lavoro strumentale e così questo sue nono disco solista, pur presentando alcune belle melodie, che si tramutano in canzoni godibili, paga il fatto che, almeno personalmente, la voglia di riascoltarlo non torna mai. (Gianni Della Cioppa)
CAPTAIN MURPHY
‘Human Cannonball’
(Wild Kingdom/Audioglobe)
Rock intenso con brillante anomalia
Sin dalla copertina e dal logo, gli svedesi Captain Murphy, attivi da circa un decennio, con concerti europei di supporto a realtà come Backyard Babies, Hellacopters e Glucifer, cercano di ritagliarsi una maggior visibilità, con una distribuzione adeguata e magari qualche copia venduta in più. Il leader della band è tale Sonny Boy Gustaffson, un chitarrista e cantante, che le cronache definiscono come uno nato per essere una rockstar. ‘Human Cannonball’ è un concentrato di rock ad alto voltaggio, efficace, ma non così rozzo come le influenze citate vorrebbero farci credere. MC5 e Blue Cheer, parevano già più cattivi trenta anni fa, ma ciò non toglie nulla al coinvolgimento delle dieci tracce di questo CD, realizzato per la Wild Kingdom, che sembra credere molto nei Captain Murphy. Interessanti, contagiosi e con qualche buona variante stilistica, direi accenni di sixties e dada rock. Insomma non solo l’ennesimo omaggio all’energia del rock. (Gianni Della Cioppa)
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